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Politica

​Non basta il passaporto per essere italiani

di Alessandro Scipioni -


​Il dibattito sulla remigrazione, tornato prepotentemente al centro dell’agenda politica europea, rischia spesso di avvitarsi in slogan contrapposti. Se declinato in modo rozzo e privo di filtri giuridici, questo concetto corre il pericolo di scivolare verso derive arbitrarie o in inaccettabili profilazioni razziali. Ma liquidare la questione sollevando scudi ideologici, significa ignorare il problema reale, ossia l’immigrazione incontrollata e il fallimento del modello buonista di integrazione. La società multietnica armoniosa è un’utopia. La sfida oggi si gioca su un piano più alto. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che  l’Italia deve essere una scelta consapevole, non un automatismo burocratico.

​Per fare questo, il primo passo è una riforma radicale e restrittiva della legge sulla cittadinanza. L’idea che basti un mero computo degli anni trascorsi sul territorio nazionale per diventare italiani è un errore concettuale che svuota di significato l’appartenenza alla Repubblica. Essere italiani non è una questione di calendario.

​La cittadinanza deve essere il coronamento di un percorso serio e verificabile. Chi desidera far parte della nostra comunità nazionale deve dimostrare nei fatti di essere integrato, di conoscere profondamente la nostra storia, le nostre leggi e le nostre tradizioni. Questo percorso deve basarsi su una rigorosa legalità fin dal primo giorno.

​Le regole d’ingresso devono essere intransigenti. Chiunque tenti di entrare clandestinamente, salvo il sacrosanto diritto di chi fugge da guerre e persecuzioni per ottenere lo status di rifugiato, deve essere espulso immediatamente, perdendo per sempre la facoltà di rientrare legalmente nel Paese.

​Una fermezza che non può vacillare nemmeno dinanzi a chi, già presente sul territorio, si dimostri indesiderabile. Delinquere o assumere comportamenti antisociali che calpestano il vivere civile, devono essere motivi sufficienti per l’espulsione. Esistono persone che nascono o vivono in Italia per vent’anni, ma scelgono deliberatamente di non integrarsi. Rimanere legati alla cultura, alla lingua e ai costumi del Paese d’origine dei propri genitori o nonni è una scelta legittima che va rispettata; ciò che non è ammissibile è pretendere i diritti di una comunità nazionale di cui si rifiutano i doveri e i valori fondanti.

​Una vera integrazione non si misura compilando scartoffie, ma si verifica nella quotidianità della vita sociale. Per questo, la svolta burocratica deve cedere il passo a un vaglio democratico e di prossimità. Oltre a esami stringenti sulla conoscenza della lingua, delle leggi, della Costituzione e della storia italiana, il conferimento della cittadinanza dovrebbe passare per il voto delle assemblee locali.

​Spetta ai consigli comunali, con maggioranza qualificata, o alle assemblee di quartiere e di municipio nelle grandi metropoli, esprimersi sul candidato. Nessuno, meglio di chi vive il territorio, può testimoniare l’effettivo radicamento e l’integrazione sociale di un individuo. Quanto lui voglia assimilarsi e quanto la comunità voglia adottarlo. Questo restituirebbe sacralità all’atto istituzionale, trasformandolo in un patto tra il nuovo cittadino e la comunità che lo accoglie.

​Tuttavia, questa architettura normativa rischia di rimanere fragile se non interveniamo sulle nostre stesse fondamenta. Non possiamo pretendere che i nuovi arrivati amino e rispettino l’Italia se noi stessi sembriamo aver smarrito la memoria di ciò che siamo. Il vero punto di partenza è culturale e scolastico, bisogna ripristinare un’educazione all’orgoglio di appartenenza.

​Se i figli e i nipoti degli italiani non vengono più educati a conoscere la straordinaria complessità della nostra storia, la bellezza della nostra cultura e l’amore per la Patria, non potremo mai sperare che lo facciano i nuovi italiani.

​La cittadinanza non è un diritto d’ufficio né una concessione umanitaria. Si tratta della condivisione di un destino comune. È tempo che l’Italia torni a pretendere il rispetto che merita, offrendo in cambio l’onore di far parte della sua storia e del suo destino. Perché sono fermamente convinto che l’Italia, come tutto l’occidente abbia diritto ad un futuro; che sta a noi tutelare!

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