Non basta il passaporto per essere italiani
Il dibattito sulla remigrazione, tornato prepotentemente al centro dell’agenda politica europea, rischia spesso di avvitarsi in slogan contrapposti. Se declinato in modo rozzo e privo di filtri giuridici, questo concetto corre il pericolo di scivolare verso derive arbitrarie o in inaccettabili profilazioni razziali. Ma liquidare la questione sollevando scudi ideologici, significa ignorare il problema reale, ossia l’immigrazione incontrollata e il fallimento del modello buonista di integrazione. La società multietnica armoniosa è un’utopia. La sfida oggi si gioca su un piano più alto. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che l’Italia deve essere una scelta consapevole, non un automatismo burocratico.
Per fare questo, il primo passo è una riforma radicale e restrittiva della legge sulla cittadinanza. L’idea che basti un mero computo degli anni trascorsi sul territorio nazionale per diventare italiani è un errore concettuale che svuota di significato l’appartenenza alla Repubblica. Essere italiani non è una questione di calendario.
La cittadinanza deve essere il coronamento di un percorso serio e verificabile. Chi desidera far parte della nostra comunità nazionale deve dimostrare nei fatti di essere integrato, di conoscere profondamente la nostra storia, le nostre leggi e le nostre tradizioni. Questo percorso deve basarsi su una rigorosa legalità fin dal primo giorno.
Le regole d’ingresso devono essere intransigenti. Chiunque tenti di entrare clandestinamente, salvo il sacrosanto diritto di chi fugge da guerre e persecuzioni per ottenere lo status di rifugiato, deve essere espulso immediatamente, perdendo per sempre la facoltà di rientrare legalmente nel Paese.
Una fermezza che non può vacillare nemmeno dinanzi a chi, già presente sul territorio, si dimostri indesiderabile. Delinquere o assumere comportamenti antisociali che calpestano il vivere civile, devono essere motivi sufficienti per l’espulsione. Esistono persone che nascono o vivono in Italia per vent’anni, ma scelgono deliberatamente di non integrarsi. Rimanere legati alla cultura, alla lingua e ai costumi del Paese d’origine dei propri genitori o nonni è una scelta legittima che va rispettata; ciò che non è ammissibile è pretendere i diritti di una comunità nazionale di cui si rifiutano i doveri e i valori fondanti.
Una vera integrazione non si misura compilando scartoffie, ma si verifica nella quotidianità della vita sociale. Per questo, la svolta burocratica deve cedere il passo a un vaglio democratico e di prossimità. Oltre a esami stringenti sulla conoscenza della lingua, delle leggi, della Costituzione e della storia italiana, il conferimento della cittadinanza dovrebbe passare per il voto delle assemblee locali.
Spetta ai consigli comunali, con maggioranza qualificata, o alle assemblee di quartiere e di municipio nelle grandi metropoli, esprimersi sul candidato. Nessuno, meglio di chi vive il territorio, può testimoniare l’effettivo radicamento e l’integrazione sociale di un individuo. Quanto lui voglia assimilarsi e quanto la comunità voglia adottarlo. Questo restituirebbe sacralità all’atto istituzionale, trasformandolo in un patto tra il nuovo cittadino e la comunità che lo accoglie.
Tuttavia, questa architettura normativa rischia di rimanere fragile se non interveniamo sulle nostre stesse fondamenta. Non possiamo pretendere che i nuovi arrivati amino e rispettino l’Italia se noi stessi sembriamo aver smarrito la memoria di ciò che siamo. Il vero punto di partenza è culturale e scolastico, bisogna ripristinare un’educazione all’orgoglio di appartenenza.
Se i figli e i nipoti degli italiani non vengono più educati a conoscere la straordinaria complessità della nostra storia, la bellezza della nostra cultura e l’amore per la Patria, non potremo mai sperare che lo facciano i nuovi italiani.
La cittadinanza non è un diritto d’ufficio né una concessione umanitaria. Si tratta della condivisione di un destino comune. È tempo che l’Italia torni a pretendere il rispetto che merita, offrendo in cambio l’onore di far parte della sua storia e del suo destino. Perché sono fermamente convinto che l’Italia, come tutto l’occidente abbia diritto ad un futuro; che sta a noi tutelare!
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