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Ambiente

Tappi attaccati alle bottiglie e jet privati: ma chi paga il conto green?

di Eleonora Ciaffoloni -


C’è un cittadino che per “salvare il pianeta” – o almeno, per preservarlo – deve stare attento a tutto. Se compra una bottiglia di plastica, il tappo resta attaccato. Se organizza una festa, deve fare i conti con le restrizioni sul monouso. Quando fa la spesa, impara a distinguere i rifiuti, separa gli imballaggi, controlla le etichette, cerca di ridurre gli sprechi e magari rinuncia all’auto per prendere i mezzi pubblici.

Quei cittadini, siamo noi: ogni nostro gesto viene accompagnato da un invito alla responsabilità, ogni abitudine finisce sotto osservazione. Persino il sacchetto della spesa è diventato una questione di coscienza ambientale, non prenderlo alla cassa sarebbe meglio – visto anche il rincaro di diversi centesimi. E va bene: ridurre gli sprechi, riciclare e consumare meglio sono obiettivi sensati per il nostro presente e per il futuro dei nostri figli. Il problema comincia quando si chiede a tutti di fare la propria parte senza domandarsi se tutti stiano davvero facendo la stessa parte. Perché mentre ormai ci siamo abituati a convivere con piccoli obblighi quotidiani, c’è un altro mondo che viaggia a velocità decisamente diverse.

È quello dei super-ricchi, dei jet privati, degli yacht e dei consumi di lusso. Secondo il rapporto Disaster Divide di Oxfam, pubblicato questa settimana, lo 0,1% più ricco del pianeta, circa otto milioni di persone, produce in un anno più emissioni di CO₂ di 3,5 miliardi di persone appartenenti alla metà più povera dell’umanità. E l’impatto di un singolo appartenente a questa élite sulle ondate di calore sarebbe quasi 400 volte superiore a quello di una persona della metà più povera. E no, non parliamo di qualche viaggio in più, o una gita fuori porta usando l’aereo – possiamo continuare a farlo, senza alcuna pistola puntata alla tempia.

Disaster Divide, investitori e Stati: le responsabilità non sono uguali

Il problema riguarda un modello di consumo nel quale spostamenti privati, beni di lusso e investimenti in attività ad alta intensità di carbonio possono avere un peso enorme. Oxfam, dal canto suo, denuncia anche un altro paradosso: alcuni grandi investitori sono esposti tanto ai settori inquinanti quanto alle imprese che guadagnano dalla gestione e dalla ricostruzione dopo i disastri climatici. Un doppio interesse economico per cui è difficile far finta di niente.

Poi c’è il capitolo degli Stati. Le emissioni non si fermano alle frontiere e la buona volontà di un singolo Paese non basta a risolvere un problema globale. Nel 2025 le emissioni mondiali di gas serra hanno raggiunto circa 54,1 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, in aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. Cina, Stati Uniti, India, Unione europea, Russia e Indonesia rappresentano insieme il 62% delle emissioni globali. Le responsabilità, però, non sono identiche: cambiano i livelli di sviluppo, le emissioni pro capite, la storia industriale e le risorse disponibili.

Ma facciamo qualche esempio. Gli Stati Uniti hanno registrato nel 2025 il maggiore aumento assoluto delle emissioni tra i principali responsabili, mentre Cina e India hanno mantenuto livelli sostanzialmente stabili o segnato lievi riduzioni. Non significa che a questi Paesi non interessi nulla: ma è certo che gli impegni e i risultati restano disomogenei e che, a livello mondiale, le emissioni continuano a crescere.

Oltre il tappo: la transizione non regge sui soli consumatori

E allora la domanda non è se il tappo debba restare attaccato alla bottiglia o se sia giusto ridurre la plastica. È se la somma di questi sacrifici individuali sia accompagnata da interventi proporzionati sulle grandi fonti di emissione, sui consumi più inquinanti e sulle economie che continuano a dipendere dai combustibili fossili. Perché la transizione ecologica non può reggersi soltanto sulla disciplina dei consumatori e sulla loro buona volontà. Le regole ci sono, servono, ma lo sguardo deve essere estremamente più ampio. Per nuove infrastrutture, tecnologie accessibili, scelte industriali e responsabilità politiche verificabili, per ogni cittadino, che abbia (o no) un jet privato.

Perché il messaggio potrebbe cambiare completamente significato: percepire la sostenibilità come una lunga lista di divieti che, per chi ha meno possibilità di scegliere diventa una spesa o un peso. Spesso sacrificabile.
Eppure, quando arrivano le ondate di calore, le alluvioni, la siccità, il conto non resta confinato a chi ha emesso più anidride carbonica, madre natura non fa distinzioni di reddito. Il conto lo paga anche chi ha contribuito molto meno al problema. E mentre alcuni possono trasferirsi altrove, assicurare i propri beni o proteggersi con risorse private, molti altri non hanno alternative.

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