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Il banco di prova della giustizia a Milano: quando il GIP smonta il teorema del PM

Il caso Siher a Milano: lo scontro tra la Procura e il GIP riaccende il dibattito sulla terzietà dei giudici, le garanzie e la libertà d'espressione

di Anna Tortora -


Certe vicende giudiziarie hanno il pregio (o la sfortuna) di funzionare come una cartina tornasole. Mettono a nudo i nervi scoperti di un sistema che oscilla continuamente tra la tentazione del protagonismo inquirente e il baluardo, spesso solitario, delle garanzie costituzionali. L’ultimo, clamoroso capitolo milanese che ruota attorno alla scarcerazione di Youssef Siher è, sotto questo profilo, un manuale a cielo aperto.

Da una parte c’è la Procura, convinta che quel pugno di post, le pagine Telegram e i canali Instagram aperti dal trentenne fossero la miccia pronta a incendiare la piazza, l’istigazione bella e buona a saccheggi e violenze. Dall’altra, c’è il provvedimento netto del GIP Tiziana Landoni, che con la freddezza del giurista ha rispedito al mittente il fermo per insussistenza di gravi indizi, inchiodando l’accusa a un dato elementare quanto dimenticato: nei messaggi non c’era traccia di alcun riferimento ad azioni concrete. Insomma, un conto è l’allarme sociale, un conto è il codice penale.

E proprio su questo crinale si inserisce la riflessione lucida e tagliente di un magistrato di lungo corso e già senatore della Repubblica, Luigi Bobbio. Plaudendo alla decisione del GIP, che ha valutato e rigettato le richieste del PM con «ampia motivazione», Bobbio rivendica la necessità di un rigoroso passo indietro deontologico: un magistrato, argomenta, dovrebbe praticare «il self restraining della astensione ogni qualvolta si possa venire a trouver nella condizione di adottare una decisione su un soggetto che appartenga alla stessa area ideale in relazione alla quale lo stesso magistrato si sia dichiarato a favore o contro». E ciò proprio perché «nessuno possa nemmeno sospettare di una parzialità del giudice».

Caiazza e il dissenso del giudice: giustizia dei fatti o delle intenzioni?

Ma se Bobbio guarda all’etica della giurisdizione, a spostare l’asse sul terreno rovente della dialettica processuale ci pensa l’avvocato Giandomenico Caiazza. Il penalista rimarca un dettaglio fattuale dirimente, ricordando che «le due pagine Telegram e Instagram sono state aperte dopo i fatti di violenza e saccheggio dei quali stiamo parlando da giorni». E affonda il colpo sul valore del dissenso istituzionale, sottolineando che «un giudice che decide in modo diverso da quanto gli richiede il PM può farlo a torto o a ragione, ma è esattamente ciò di cui questo Paese ha un enorme, quotidiano bisogno».

Ecco il punto di rottura. La Procura vede nel web il megafono di una rivolta; il GIP vede la tutela della libertà d’espressione in assenza di prove granitiche. Nel mezzo resta il rumore di fondo di un dibattito che non accenna a spegnersi, dove il vero spartiacque continua a essere uno solo: credere in una giustizia che misura le responsabilità sui fatti, o inseguire l’illusione di una giustizia che punisce le intenzioni.

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