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Festival di Sanremo/5: l’oro della Rai, il bivio del mercato

un gigante finanziario che però inizia a mostrare crepe nella sua funzione di motore della discografia

di Angelo Vitale -

L'ultima conferenza stampa di Sanremo 2026


Il Festival di Sanremo oltre la narrazione istituzionale di Viale Mazzini, che prova a giustificare il calo di appeal come un “assestamento fisiologico”. I dati economici e i report di settore (FIMI e analisi EY) offrono una lettura più complessa.

Sanremo è oggi un gigante finanziario che però inizia a mostrare crepe nella sua funzione di motore della discografia.

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La cassaforte Rai: il muro dei 70 milioni

Il Festival di Sanremo resta l’asset più redditizio della Tv pubblica. La raccolta pubblicitaria ha toccato 70 milioni.

Tuttavia, il passaggio alla gestione Conti ha segnato un punto di rottura. Il mercato deve chiedersi se il modello “rassicurante” scelto dalla Rai possa reggere questi livelli di fatturato a fronte di un calo della quota di mercato dei target più pregiati per gli inserzionisti.

Il Report FIMI e la frenata dello streaming

Se i bilanci Rai sorridono, il Report FIMI solleva segnali d’allarme sulla produzione musicale. Dopo anni di crescita esplosiva, in cui Sanremo occupava stabilmente l’intera top 10 degli streaming per mesi, i dati recenti mostrano una saturazione.

Il rischio è la trasformazione del Festival in una “bolla” temporanea. Una fiammata di ascolti digitali che si esaurisce in poche settimane, schiacciata da un’offerta eccessiva (30 e più brani in gara) e da una linea editoriale che ha allentato la presa sulla Generazione Z.

Il calo di share nei target 18-34 anni non è solo un dato televisivo, ma un’ipoteca sul futuro commerciale dei brani.

Tutto ciò, mentre FIMI ha da tempo alzato la “soglia” del successo reale della produzione musicale.

Una crisi d’identità tra costi e ricavi

Mentre la Rai incassa, la discografia soffre costi di partecipazione sempre più alti. Le etichette denunciano investimenti in promozione e logistica che i rimborsi Rai coprono solo in minima parte.

Senza l’effetto “disruption” degli anni passati, Sanremo rischia di tornare a essere un rito di autoconservazione. Un evento che garantisce la sopravvivenza dei conti della Tv di Stato, ma che non innova più il linguaggio musicale italiano.

Il Festival non è “consumato” nel portafoglio. Questa edizione, come un gigante dai piedi d’argilla. Solido nei ricavi da inserzionisti, ma fragile nella sua capacità di dettare l’agenda culturale e musicale del Paese nel lungo periodo.

Il “ritorno al passato” di Conti ha salvato il bilancio, ma potrebbe aver interrotto quel circolo virtuoso che aveva reso Sanremo, per un lustro, l’unico vero “centro di gravità” della produzione musicale italiana contemporanea.


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