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Politica

La politica non è una somma matematica, ma l’unità aiuta

Se già di per sé la politica è compromesso, con un modello elettorale che, benché proporzionale, assegna un considerevole premio di maggioranza a chi raggiunge il 42% dei consensi, un accordo in chiave unitaria per essere almeno competitivi alle urne è obbligatorio

di Giuseppe Ariola -


Applicare alla politica le regole della matematica è certamente un errore. Pensare di vincere un’elezione affidandosi esclusivamente alla somma delle percentuali, indicate dai sondaggi, dei singoli partiti di una coalizione è qualcosa di estremamente lontano dalla realtà. Ciò posto, è chiaro che un’alleanza più è corposa e più possibilità di successo ha, se è cucita attorno a un minimo comune denominatore. Perché al contrario, se ognuno va per sé e le proposte delle singole forze di un medesimo schieramento sono tra loro antitetiche, è chiaro che la strategia dell’allargamento a tutti i costi non può comunque funzionare. Non a caso, chi come Matteo Renzi del rapporto tra numeri e politica ne capisce, insiste sull’esigenza di un centrosinistra ‘largo’ per potersi giocare la partita contro la coalizione guidata da Giorgia Meloni.

L’ostilità contro Italia Viva

E siccome l’ex premier sa bene che nell’attuale quadro politico a sinistra c’è una variegata rosa di posizioni contrastanti su più di un dossier – con in testa quello degli aiuti a Kiev – prova a spingere per trovare una sintesi. Anche per un’alleanza con il proprio movimento, che parte del blocco progressista, con Giuseppe Conte in testa, vorrebbe fuori dall’intesa. Se già di per sé la politica è compromesso, con un modello elettorale che, benché proporzionale, assegna un considerevole premio di maggioranza a chi raggiunge il 42% dei consensi, un accordo in chiave unitaria per essere almeno competitivi alle urne è infatti obbligatorio. Il ragionamento non può quindi essere invertito secondo l’assunto per il quale l’allargamento dell’alleanza serve a Italia Viva per continuare ad avere una rappresentanza parlamentare. E’ vero l’esatto contrario.

L’importanza del centro

Ovvero che senza aprirsi all’area centrista la sinistra non avrebbe chance. Il campo progressista, infatti, da solo non supera il 40%, ammesso che alla prova dei fatti lo raggiunga. E con un sistema elettorale che favorisce una corsa essenzialmente tra due blocchi, il voto moderato, piaccia o meno, risulta ancora una volta fondamentale. Anche per questo il centrodestra può permettersi di tenere fuori Vannacci. Con l’obiettivo di recuperare il consenso eroso a destra da Futuro nazionale con le formazioni moderate e quelle dal connotato civico, tanto più se collocate geograficamente in regioni chiave, come nel caso della siciliana Sud chiama Nord. Eppure questo sembra essere chiaro solo alla maggioranza e a Renzi, accusato dai suoi litigiosi ipotetici alleati, attenti solo al proprio orticello, di volerli sfruttare come un trampolino.

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