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Esteri

Svezia nel vicolo cieco: a Stoccolma regna la paralisi

Dopo un mese il quadro resta ancora molto confuso e nessuna svolta è avvenuta

di Mauro Trieste -


L’entusiasmo con cui una parte delle istituzioni europee e numerosi osservatori hanno accolto il risultato delle elezioni svedesi del 13 settembre rischia oggi di apparire quantomeno prematuro. La vittoria numerica del blocco progressista guidato dalla socialdemocratica Magdalena Andersson era stata letta da molti come la conferma di un argine al consolidamento delle destre nordiche e come una delle poche controtendenze europee rispetto all’avanzata dei partiti sovranisti. A distanza di un mese, tuttavia, il quadro emerso a Stoccolma racconta una realtà molto diversa. L’unica “svolta politica” registrata è lo stallo istituzionale.

La nuova fumata nera ha complicato tutto

Martedì scorso la leader dei Socialdemocratici ha annunciato il fallimento dei negoziati per la formazione di un nuovo governo, dopo aver ricevuto per la seconda volta dal presidente del Parlamento, Andreas Norlen, l’incarico di esplorare una maggioranza. “La mia valutazione complessiva è che siano stati compiuti progressi, ma che allo stesso tempo non vi siano attualmente le condizioni per formare un governo in grado di ottenere il sostegno del Parlamento”, ha dichiarato Andersson. Il dato politico è tanto semplice quanto significativo. Il blocco di centrosinistra dispone formalmente di 176 seggi sui 349 del Riksdag, appena tre in più rispetto ai 173 conquistati dal fronte conservatore guidato dal premier uscente Ulf Kristersson. Una maggioranza teorica che, nei fatti, si è rivelata insufficiente per costruire un esecutivo stabile.

I nodi politici

Le ragioni della paralisi sono tutte interne al campo progressista. Il Partito di Centro, forza liberale e moderata, continua a rifiutare qualsiasi formula che preveda la partecipazione al governo del Partito della Sinistra. Quest’ultimo, guidato da Nooshi Dadgostar, considera invece l’ingresso nell’esecutivo una condizione necessaria per garantire il proprio sostegno parlamentare. Due posizioni incompatibili che hanno trasformato la vittoria elettorale di misura della coalizione in un rebus quasi irrisolvibile.

Anche diversi analisti e media svedesi hanno evidenziato come il risultato delle urne non abbia prodotto un chiaro vincitore politico. Le ricostruzioni pubblicate dalla stampa nazionale e dalle agenzie sottolineano che i partiti chiamati a sostenere Andersson sono divisi su questioni economiche, fiscali e di governo, rendendo estremamente fragile qualsiasi compromesso. Il rischio di una lunga fase negoziale, simile a quella vissuta dalla Svezia dopo le elezioni del 2018, è tornato così al centro del dibattito pubblico.

Il fronte opposto

La situazione appare ancora più complessa perché nemmeno il centrodestra dispone di una strada agevole verso il potere. Kristersson, attualmente alla guida di un governo incaricato degli affari correnti, per ottenere una maggioranza di tolleranza dovrebbe convincere almeno una forza dell’opposizione a sostenerlo o ad astenersi. Uno scenario che al momento appare difficile da realizzare.

La Svezia adotta infatti il principio del cosiddetto “parlamentarismo negativo”. Un candidato premier non deve necessariamente ottenere la maggioranza dei voti favorevoli, ma è sufficiente che non si formi una maggioranza assoluta contraria. Un meccanismo che in passato ha favorito soluzioni di compromesso, ma che oggi rischia di evidenziare tutta la frammentazione del sistema politico. Nelle prossime settimane la partita tornerà nelle mani del presidente del Parlamento, che dispone di quattro tentativi per far approvare un candidato alla guida del governo. Se anche il quarto dovesse fallire, la Costituzione prevede il ritorno alle urne con elezioni anticipate.

La Svezia è spaccata

È questo il dato che ridimensiona la lettura trionfalistica seguita allo scrutinio. Le elezioni non hanno determinato una netta inversione di tendenza politica né una sconfitta definitiva del campo conservatore. Hanno invece consegnato al Paese un Parlamento spaccato in due blocchi quasi equivalenti e attraversato da profonde divisioni interne. Per questo, più che una vittoria del centrosinistra o una battuta d’arresto delle destre, il voto svedese sembra aver prodotto il risultato assai meno celebrabile della persistente paralisi politica nel cuore del Nord Europa.


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