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Politica

Il gioco delle tre carte: Conte cala il ‘terzo nome’ e lascia Elly al palo

di Eleonora Manzo -


Il tentativo di edificare un’alternativa di governo credibile si scontra, ancora una volta, con le persistenti e profonde rivalità strategiche tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle. Quello che dovrebbe essere un cantiere aperto per il futuro del Paese si è ridotto a un cinico gioco delle tre carte, in cui l’obiettivo reale delle forze in campo non è la sintesi politica, né la costruzione di un programma davvero condiviso, ma il reciproco logoramento delle leadership.

L’ultimo colpo di genio tattico porta la firma dell’Avvocato del Popolo. Ospite negli studi di Coffee Break su La7, Giuseppe Conte ha lanciato la sua bomba politica: fare un passo indietro tutti, azzerare le ambizioni personali e convergere sulla proposta di un ‘terzo nome’ super partes per la guida del campo largo.

Sotto la patina di una presunta generosità istituzionale, la mossa si rivela un bluff speculare e raffinatissimo. Si tratta di un azzardo studiato per costringere Elly Schlein a un rifiuto netto, un ‘no’ tanto gelido quanto prevedibile che serva a isolarla davanti all’opinione pubblica e all’elettorato di centrosinistra. Il Nazareno si trova così incastrato. Conte sa che la segretaria dem condivide le sue medesime velleità di conquistare Palazzo Chigi. Chiedere a Schlein di rinunciare alla candidatura naturale del primo partito dell’opposizione per fare spazio a una figura esterna significherebbe firmare una resa incondizionata prima ancora di scendere in campo.

Ma quello del leader stellato è un bluff colossale architettato per mettere in difficoltà l’alleata-rivale. Immaginiamo lo scenario opposto: cosa sarebbe successo se Schlein avesse risposto con un clamoroso sì? Come avrebbe fatto Giuseppe Conte a convincere i colonnelli e la base del suo partito? I puri del Movimento 5 Stelle, già ampiamente traumatizzati dalle mille giravolte ideologiche degli ultimi anni, come avrebbero digerito questa clamorosa mossa di un nome di compromesso?  È evidente che Conte non ha alcuna intenzione di spingersi a tanto.

Al contempo, la sua improvvisa fuga in avanti su primarie lampo e la ventilata minaccia di un voto politico anticipato già in primavera servono proprio a questo: nascondere le debolezze interne del Movimento e mascherare il gioco. Una fretta sospetta, utile solo a dettare i tempi dell’agenda politica e a logorare i nervi di una segretaria del PD costretta ad apparire sempre più arroccata e difensiva.

Tra i due leader non c’è alcuna visione comune, solo un patto di mutuo soccorso che assomiglia sempre più a un abbraccio mortale tra fratelli coltelli. Ogni mossa è studiata per sottrarre un punto percentuale all’alleato, in una dinamica cannibale che logora l’alternativa prima ancora che possa nascere.

Mentre l’opposizione si attarda in queste scommesse tattiche, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni capitalizza il vantaggio strategico della propria stabilità. La compattezza della maggioranza di centrodestra emerge, per drammatico contrasto, come il vero e unico elemento di forza nel quadro politico attuale.

Da Palazzo Chigi si osserva lo spettacolo del campo largo con un misto di ironia e profondo sollievo, consapevoli che finché a sinistra regneranno i veti incrociati e i personalismi, la leadership dell’alternativa resterà soltanto un miraggio lontano.

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