Iran in fiamme: morti in aumento, le proteste dilagano
Il crollo del rial e l'aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di prima necessità alla base delle manifestazioni
Un frame da uno dei numerosi video in rete che mostrano le forze di sicurezza iraniane in tenuta antisommossa fare irruzione nell'ospedale di Ilam, a 515 chilometri da Teheran, aprendo il fuoco e uccidendo manifestanti feriti
Da oltre dieci giorni l’Iran è scosso da proteste antigovernative che coinvolgono decine di città e centinaia di migliaia di persone: in aumento i morti. Nato come movimento economico a fine dicembre, il malessere si è rapidamente trasformato in protesta sociale e politica. Il bilancio delle vittime è in crescita, la repressione è dura e il futuro rimane incerto, con possibili sviluppi legati sia alla crisi economica sia alla pressione interna e internazionale.
Le origini e i motivi della protesta
Le manifestazioni sono iniziate il 28 dicembre in risposta al crollo del rial e all’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di prima necessità. Il Grande Bazar di Teheran è stato il focolaio iniziale, dove commercianti e cittadini hanno denunciato il carovita insostenibile e la perdita di potere d’acquisto.
In pochi giorni la protesta si è estesa a centinaia di località, assumendo rivendicazioni politiche e sociali, con slogan contro la leadership religiosa e accuse di corruzione sistemica. La protesta combina quindi motivazioni economiche a una crescente insoddisfazione politica.
La cronologia e il bilancio delle vittime
Il 31 dicembre tre manifestanti sono stati uccisi a Malekshahi, nella provincia di Ilam, durante scontri con i Guardiani della Rivoluzione.
Tra il 1 e il 3 gennaio almeno tre persone sono morte a Kuhdasht, nella provincia di Lorestan, incluso un 17enne a Kermanshah.
Tra il 2 e il 4 gennaio il bilancio delle vittime è salito a circa 25 persone in varie province.
Il 6 gennaio le vittime confermate sono arrivate a 35, con manifestazioni in oltre 250 località in 27 province, includendo minorenni e membri delle forze di sicurezza.
Oggi, un totale salito a 36 vittime. Le morti sono principalmente dovute a spari diretti delle forze di sicurezza, ma anche a incidenti durante la repressione delle piazze e durante gli attacchi a strutture sanitarie dove erano ricoverati manifestanti feriti.
La risposta delle autorità
Il governo ha reagito con arresti di massa e blackout di internet per limitare la comunicazione tra le piazze. e con l’annuncio che non ci sarà clemenza per chi “istiga violenza”, mentre il leader supremo Khamenei ha condannato i manifestanti violenti pur riconoscendo le difficoltà economiche.
Le influenze esterne e la propaganda
Il governo iraniano ha attribuito a Stati Uniti e Israele un presunto ruolo nel fomentare le proteste, ma non ci sono prove verificate di un coinvolgimento diretto o di un finanziamento esterno ai rivoltosi.
Alcuni media in lingua persiana e gli attivisti internazionali amplificano la copertura delle proteste rispetto ai media interni iraniani, soggetti a censura, ma ciò non corrisponde a un intervento diretto.
I possibili sviluppi
Il futuro delle proteste dipenderà dall’andamento della crisi economica, dalla capacità del governo di gestire la pressione sociale e dall’evoluzione della repressione. Se le misure economiche non dovessero risolvere le difficoltà, le mobilitazioni potrebbero consolidarsi e allargarsi ulteriormente.
La repressione dura potrebbe arginare temporaneamente le piazze ma aumentare la polarizzazione. L’appoggio simbolico dei Paesi occidentali resta limitato e un intervento diretto appare improbabile e potenzialmente destabilizzante. La novità di questo movimento è la trasformazione di un malessere economico in un vero e proprio movimento sociale e politico di portata nazionale.
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