La politica nel labirinto del nuovo mondo
La sfida è ritrovare la strada
Viviamo un tempo complicato. Capita perfino di leggere degli artifici che riserva il Labirinto come proposta di lettura del nostro universo razionale. Un’invenzione antica e contemporanea, indizio simbolico eterno e immanente, poiché capace di porre in competizione intelligenza e sfinimento.
Soprattutto in vista di una sfida tutta interna alla crisi globale che attraversiamo.
Per queste ragioni il Labirinto diviene la vera sfida da aggredire per uscire dallo “spaesamento” che coglie quando ci affacciamo sul “mistero”, apparentemente senza uscite, di un mondo che sta vorticosamente cambiando per effetto di una crisi che appare (ed è) sistemica. E che nasce dalla rottura di quel “patto” che ha attraversato il secolo incrociando e collegando le generazioni.
Muore quindi il mondo di Beveridge, “evapora” il welfare che strutturava il “contratto sociale”, capolavoro della Politica che così avviava la regolazione delle relazioni fra Capitale e Lavoro. Se non che, tutto cambia velocemente.
Oggi si impone il modello di Tecnocrazie che si stringono dentro il perimetro elettivo di “Finanza e Intelligenza artificiale”. Cambiano i soggetti sociali della vecchia mediazione e ne viene espulsa la Manifattura industriale. Mentre intorno ad esso si raccoglie ostile la grande periferia composta dai reflui del vecchio capitalismo indagato da Marx e dai suoi eredi. Almeno fino ai Piketty ed ai tanti comprimari del post fordismo.
Fino al dispiegarsi del paesaggio cruciale che ha finora condotto al “trumpismo” che oggi sta cedendo sotto i colpi della scossa elettorale di medio termine che rimette in gioco l’anima del progressismo americano tutt’altro che Woke, se come pare si nutre di un fecondo protestantesimo ed evangelismo di provincia. Quella animosa Pastorale della America profonda e inattesa fin qui oggetto di dileggio, salvo rivelarsi una forza oggettiva e vincente.
Un “nuovo mondo”
Questa la condizione che si para di fronte a noi all’indomani delle elezioni di medio mandato negli Usa. Viviamo, sembra evidente, in un mondo da “rifare” nel quale la Politica muove sempre più “povera e nuda” come capitò anche alla Filosofia fra le madri nobili della cultura. Il paradosso è che potremmo perfino sentirci grati a Trump e alla sua soccombente America dura e impura se ora giungiamo a percepire la urgenza di “pensare” con coraggio il “nuovo mondo” che procede in un Occidente da restituire alla sua missione. Intendiamoci!
Rimane un mondo alle prese con una vertiginosa rottura sociale da aggredire con una lettura inedita del “conflitto” oggi imperniato prima che sul salario sulla intelligenza e sulla competenza come motori della accumulazione capitalistica. E con un welfare che sia la cornice di un patto tutto da rinegoziare partendo da una affatto nuova consapevolezza di obiettivi valori e di “casematte” da conquistare. Prendere coscienza della dimensione di una inedita gigantesca “questione sociale” sembra perciò il passaggio essenziale, il progetto della Politica nel prossimo “incombente” futuro. Un presagio inesorabile quasi faustiano.
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