L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

La sinistra alla ricerca dell’identità

di Alessandro Scipioni -


C’è un dibattito che, da sponde politiche diverse, comincia a scuotere anche la sinistra. Ne è una testimonianza recente la riflessione di Domenico Petrolo, secondo cui salari e welfare non bastano e la politica dovrebbe finalmente riconoscere l’importanza cruciale dell’identità.

L’identità da conservare

Un tema che mi è capitato di approfondire direttamente, confrontandomi con lui in una recente trasmissione televisiva condotta da Alessio Poggioni; io parlando del mio Appunti per un sovranismo responsabile, edito da Passaggio al Bosco, e lui del suo libro. Da quel confronto, tuttavia, emerge con forza una constatazione preliminare, e ovviamente io non faccio a lui ma alla sinistra italiana. Prima ancora di poter parlare di identità collettiva, sociale o nazionale, la sinistra ha un problema profondo e irrisolto con la propria identità.

​Oggi, infatti, capire cosa sia la sinistra è diventato un esercizio di altissima abilità investigativa. Ci troviamo di fronte a una frammentazione che non è solo di facciata, ma strutturale e inconciliabile.

È la sinistra massimalista e identitaria incarnata dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein?

Oppure è quella corrente che, come ammoniva in passato Pier Paolo Pasolini e come analizzava acutamente Augusto Del Noce, ha finito per archiviare le istanze sociali tradizionali e la classe operaia per sposare i “nuovi diritti”, auto-neutralizzando la propria spinta originaria?

Il caos strategico

​Il caos strategico si riflette inevitabilmente sul piano delle alleanze. Si fatica a comprendere se la sinistra sia quella riformista e progressista in grado di dialogare con Matteo Renzi, oppure quella che lo aborrisce e lo respinge come il simbolo peggiore della politica di palazzo.

In Italia abbiamo la sinistra dell’antipolitica grillina o, al contrario, quella dei responsabili, dedita da anni al sostegno dei governi tecnici e alla gestione dello status quo, radicata nella tradizione burocratica e consociativa del PD?

​A rendere il quadro ancora più fragile e dirimente sono le grandi questioni geopolitiche e valoriali.

Da un lato la sinistra sceglie di inviare armi all’Ucraina pur di mostrarsi un partner atlantico affidabile, recedendo bruscamente quel cordone ombelicale con il mondo sovietico che ha segnato la sua storia ed è stato rinnegato ipocritamente subito dopo la caduta del Muro di Berlino.

Dall’altro, la vediamo rappresentata da quei giovani che si ergono a paladini di un pacifismo di facciata, invocando l’obiezione di coscienza contro una leva militare che in Italia non esiste e non è all’orizzonte, con giovani turchi piedini che presentano mozioni bizzarre nei consigli, per convincere i giovani a mettersi al sicuro dagli effetti di una cartolina che non arriva più da 22 anni. Salvo poi tacere colpevolmente di fronte alla sorte dei cittadini ucraini in fuga per non finire al fronte.

​È evidente che, finché la sinistra non riuscirà a chiarire cosa vuole essere e quali valori fondanti intende difendere, ogni discorso sull’identità nazionale o sociale resterà un esercizio retorico. Il cosiddetto campo largo appare oggi per quello che è: un mero calcolo elettorale a geometria variabile, tenuto insieme dalla sola contingenza ma privo di una bussola politica e culturale comune, e perciò condannato a una perenne e irrisolvibile instabilità.

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