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Politica

Le parole di Vannacci e il circo mediatico attorno al dramma dei femminicidi

di Eleonora Manzo -


Ogni volta che pubblicamente si pronuncia la parola femminicidio, un attimo dopo si consuma un secondo identico massacro: il circo mediatico.

Le parole di Vannacci hanno avuto esattamente questo effetto, invece di arretrare davanti all’abisso di un tema cosi toccante, profondo, drammatico, si è scatenata immediatamente la rincorsa a prendere le parti.

C’è chi strumentalizza il dramma per ergersi a paladino del giustiziarismo e chi si affanna a negare la matrice culturale del fenomeno per non mettere in discussione il proprio comodo sistema di valori. Tutti a strillare, tutti a schierarsi, ma nessuno disposto a fare i conti con la radice di un possesso che si fa piombo.

E mentre la politica si divide su quale etichetta dare a un omicidio di genere, le donne continuano a morire, vittime di una società che arriva sempre dopo, ridotta a spettatrice del suo stesso fallimento. Ed ecco che una ferita reale, profonda e attuale, si trasforma nell’ennesimo derby ideologico dove ciascuno gioca con la maglia della propria squadra incurante del dolore.

E se tutto l’arco parlamentare sembra essersi schierato contro le dichiarazioni del leader di Forza Nuova, c’è sempre, però, una chiara volontà a voler chiarire le singole posizioni.

Da una parte c’è chi ha letto l’ennesima minimizzazione di un fenomeno strutturale, l’ennesimo riflesso di quella cultura che tende a ridurre la violenza contro le donne a fatto episodico, quasi privato, quasi domestico, quasi accidentale.

E qui il punto politico della sinistra è chiaro, il femminicidio non è un incidente statistico, ma la violenza perpetrata e subdola fatta di possesso, controllo, disprezzo e disparità. Per questo, sostengono che pesare le parole è un dovere pubblico, non un vezzo semantico da anime nobili.

Dall’altra parte, il centrodestra, seppur con evidente disappunto, ha reagito in nome della libertà di espressione e della lotta contro il politicamente corretto, sostenendo che ogni frase venga ormai processata da un tribunale mediatico dove contano più le intenzioni attribuite che quelle reali.

Poi ci sono i moderati, categoria sempre più rara e sempre meno rumorosa, che provano a dire una cosa semplice, si può criticare Vannacci senza farne un martire e si può denunciare il femminicidio senza trasformarlo in uno slogan da campagna elettorale.

Il problema vero è che oggi ogni questione morale viene immediatamente etichettata. Se parli di femminicidio devi scegliere il campo, il lessico, il nemico, la liturgia. Se provi a sottrarti, sei sospetto.

Eppure la realtà meriterebbe tutt’altro approccio. Perchè i numeri della violenza non cambiano a seconda del posizionamento in Parlamento, e le donne uccise non possono essere usate come clava retorica nè da chi banalizza nè da chi strumentalizza.

Ogni storia spezzata, come ci insegna l’impegno civile nato attorno a tragedie passate, ci ricorda che questa non è la battaglia di una parte politica, ma la responsabilità di un’intera comunità. Il dolore deve trasformarsi in una presa di coscienza collettiva, in grado di generare norme, tutele e un cambiamento culturale tangibile.


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