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Storie

Philadelphia e la Bastiglia. Parigi non poteva avere la Casa Bianca

di Alessandro Scipioni -

epa000481450 Fireworks burst over the Eiffel Tower as France celebrates 14 July 2005 the Bastille Day, the national holiday, which marks the storming of the Bastille during the French revolution in 1789, is marked by an annual military parade on the Champs Elysee and nationwide celebrations, in Paris Thursday 14 July 2005. EPA/SRDJAN SUKI


Il 14 luglio 1789, con la presa della Bastiglia, la Francia non ha solo abbattuto il simbolo dell’assolutismo; ha dato inizio a una trasformazione che avrebbe scosso le fondamenta dell’intera civiltà europea. Eppure, osservando la rivoluzione gemella d’oltreoceano, quella americana, emergono differenze strutturali che spiegano destini politici radicalmente divergenti.

L’America e il vuoto dei corpi intermedi

Washington doveva affrontare un nemico temibile, ma aveva il vantaggio di avere meno corpi intermedi nella società.​

La fortuna dei rivoluzionari americani risiedette nella radicale semplicità del contesto in cui operarono. Nelle colonie non esisteva una nobiltà feudale radicata, un sistema di caste storiche capaci di opporsi ferocemente a ogni mutamento. Il Re, pur nominalmente presente, risiedeva a migliaia di miglia di distanza, lasciando spazio a un’oligarchia finanziaria e terriera, eminentemente borghese, che non mirava a restaurare privilegi nobiliari ma a costruire una nuova forma di potere.

Il sentire comune di tredici colonie estremamente differenti, portata a un’atavica simpatia verso i cambiamenti, ed il sovvertimento degli antichi privilegi. L’America era stata fatta da chi non aveva trovato fortuna nel Vecchio Mondo; magari proprio a causa della strutturazione della società europea.

Questo vuoto di corpi intermedi permise ai padri fondatori di guardare direttamente al modello della Roma Antica, consolidando una repubblica, sì oligarchica, ma dotata di una solidità istituzionale invidiabile.

La Francia dopo la Bastiglia: storia, resistenze e Napoleone

L’Europa aveva una storia differente. Una storia che tutt’ora le impedisce di impiantare sistemi di totale rottura con il passato.

​In Europa, e specificamente in Francia, lo scenario era incomparabilmente più complesso. I rivoluzionari parigini si trovarono a scontrarsi con una gloriosa e stratificata storia nazionale e con corpi di resistenza istituzionali, sociali ed ecclesiastici estremamente tenaci. La mediazione divenne non solo una scelta, ma una necessità inevitabile, portando, a distanza di anni, al ripristino di una figura di mediazione con la precedente immagine di un monarca. Napoleone, mantenendo la fons honorum della Repubblica, regnava; come Imperatore fu costretto a mediare tra le visioni audaci dei nuovi leader e la necessità di preservare il legame con una tradizione millenaria. Creò anche una nuova nobiltà, sicuramente più basata sul merito; ma che di fatto rappresentava un’importante mediazione in favore del ritorno ai valori ispirati dal passato.

Il monito di Danton dopo la Bastiglia

​La storia insegna che anche i riformatori più radicali, se dotati di vera intelligenza politica, devono imparare a calare le proprie visioni nel contesto storico in cui operano. Senza questo realismo, il rischio è di scatenare forze incontrollabili che finiscono per divorare il cambiamento stesso. Come monito per ogni epoca, risuonano le parole di Georges Danton, davanti alla deriva giacobina che aveva fatto della rivoluzione il palcoscenico di feroci fanatici.

Memorabile il suo discorso davanti al tribunale rivoluzionario che lo avrebbe consegnato al boia, come lui ben sapeva: ”So che siamo condannati a morte, conosco questo tribunale. Sono stato io a crearlo e chiedo perdono a Dio ed agli uomini. Non era nelle intenzioni che divenisse un flagello per il genere umano, bensì un appello, un’ultima disperata risorsa per uomini disperati e gonfi di rabbia(…). Noi abbiamo spezzato la tirannia del privilegio, abbiamo posto fine ad antiche ingiustizie. Cancellato titoli e poteri ai quali nessun uomo aveva diritto, nella Chiesa, nell’Esercito e in ogni singolo distretto tributario di questo nostro grande corpo politico: lo stato di Francia.

Ed abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre. La libertà che abbiamo conquistata l’abbiamo data a chi era schiavo affinché alimentasse le speranze che abbiamo generato. Questa è più di una grande vittoria in battaglia. Più di tutte le spade, dei cannoni e di tutti i reggimenti di cavalleria d’Europa. È un’ispirazione per un sogno comune a tutti gli uomini di qualsiasi paese…una fame di libertà che non potrà più essere ignorata… le nostre vite non sono state sprecate al suo servizio”.

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