Uccise il padre disabile nel garage: la figlia confessa in aula e viene condannata a 25 anni
Ieri, giovedì 5 novembre, davanti alla Corte d’Assise di Mantova, Rosa Capuano, 47 anni, ha ammesso di aver ucciso il padre Francesco, pensionato di 79 anni. Poco dopo i giudici l’hanno condannata a 25 anni di reclusione. Il delitto risale al 23 dicembre del 2024 e fu commesso a Suzzara, nel garage del condominio di via Biolcheria, dove padre e figlia vivevano insieme. La vicenda arriva così ad una conclusione giudiziaria a quasi due anni dai fatti, dopo indagini serrate e a una linea difensiva abbandonata solo alla fine del processo.
La confessione in udienza
Fino a quel momento l’imputata aveva sempre negato ogni responsabilità. Il 9 ottobre, davanti agli stessi giudici, aveva dichiarato di essere innocente: è trascorso meno di un mese tra le due versioni. Nell’ultima udienza, quando il processo era ormai alle battute finali, ha invece cambiato versione: “Sono stata io, non ce la facevo più”, ha detto, aggiungendo di aver preso la pistola e di aver sparato. L’ammissione è stata resa nota anche dal comando provinciale dei carabinieri di Mantova.
La mattina dell’antivigilia di Natale
Francesco Capuano, ex bidello originario del Napoletano e con difficoltà a camminare, quel lunedì era sceso nei box con la figlia per fare la spesa. Rimasto in auto, una Fiat Panda, sarebbe stato raggiunto da tre colpi di pistola alla testa – esplosi a bruciapelo. Fu la donna a dare l’allarme, riferendo di aver trovato il genitore già morto. Secondo l’autopsia, il decesso risaliva ad un orario compreso tra le 9 e le 9.30.
Chi era l’uomo morto?
Francesco Capuano aveva lavorato per decenni come bidello nell’area di Napoli. Raggiunta la pensione, nel 2010 si era trasferito in Lombardia con la moglie, scomparsa tre anni prima del delitto.
Aveva quattro figli: Rosa viveva con lui e se ne occupava ogni giorno, un altro figlio lavorava come operaio a Suzzara, gli altri due erano rimasti in Campania. Era un uomo senza precedenti e, a quanto emerse allora, con una vita priva di ombre. L’imputata, disoccupata, dipendeva economicamente dal genitore e, per sua stessa descrizione, era abituata a rendergli conto delle proprie giornate. I vicini la ricordavano come una persona riservata e, tutto sommato, tranquilla.
Le indagini e l’arresto
Carabinieri e Ris di Parma lavorarono a lungo sul garage e sull’ambiente familiare. Nelle prime settimane riaffiorò anche un altro omicidio, quello di Dario Brioni, ucciso nel 1998 nello stesso stabile e mai risolto, ma nessun legame con la vicenda attuale è stato dimostrato.
Il 5 marzo 2025 i militari arrestarono la figlia a Giugliano, in provincia di Napoli, dove si era trasferita dalla sorella dopo il sequestro dell’appartamento di Suzzara. Le contestazioni erano omicidio premeditato e detenzione illecita di arma. Secondo la ricostruzione dell’accusa, la donna voleva liberarsi di un genitore ritenuto possessivo e ottenere l’eredità.
Due giorni dopo, nel carcere di Mantova, davanti al gip si avvalse della facoltà di non rispondere. In quei giorni fu sequestrato anche il testamento dell’anziano, che indicava lei come erede universale: un patrimonio modesto, composto da alcuni risparmi e dall’appartamento di Suzzara. Stando a quanto riferito dalle cronache, nelle indagini emerse anche un revolver calibro 22, ritrovato in un beauty case, insieme a bossoli dello stesso calibro di quelli usati per uccidere.
La sentenza
La Corte ha riconosciuto la premeditazione e l’aggravante del rapporto di parentela, escludendo invece i motivi abietti e futili. Il riconoscimento della premeditazione conferma l’impianto degli inquirenti, secondo cui il piano era maturato nel tempo- le attenuanti generiche sono ritenute equivalenti alle aggravanti. La pubblica ministero aveva sollecitato 25 anni, escludendo l’ergastolo proprio in considerazione della confessione. Si tratta di una decisione di primo grado: le motivazioni non sono ancora note e restano possibili i successivi gradi di giudizio.
La famiglia in passato era stata segnata dalla perdita della madre, tre anni prima del delitto, e di un anziano fragile che dipendeva dalle cure della figlia.
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