Giustizia più equa e trasparente: il cantiere delle riforme resta aperto
Dopo il Rerendum, il confronto sulla giustizia non si ferma.
La giudice Anna Gallucci rilancia il ruolo del Comitato MAGISTRATI DEL SÌ PER UNA NUOVA GIUSTIZIA
Dottoressa, il Comitato nasce all’indomani di una stagione referendaria che ha acceso un dibattito profondo: lo vede come un luogo di elaborazione culturale destinato a durare nel tempo?
Una democrazia matura ha bisogno di dibattito e di luoghi dove confrontarsi ed elaborare idee in tutti i settori. Il cantiere giustizia non può e non deve finire perché il referendum riguardava solo alcuni aspetti di un tema molto più complesso: la necessità di rendere la giustizia più equa e vicina ai reali problemi dei cittadini.
Il vostro impegno sembra muoversi nel solco di una magistratura più attenta ai principi del garantismo: quali sono le priorità da cui ripartire per dare continuità a quel percorso?
Il comitato si propone di promuovere riforme nel segno di indipendenza tra giudici e pubblici ministeri e di limitare condizionamenti esercitati in modo non chiaro dalle correnti all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura. Questo perché un innocente che entra in un’aula di giustizia deve essere certo di uscirne (il prima possibile) da uomo libero e tutto ciò che riguarda la vita professionale dei magistrati si può ripercuotere direttamente sull’esercizio della funzione giurisdizionale e, quindi, sugli utenti del servizio giustizia.
Proponiamo anche che i nuovi magistrati svolgano le funzioni di giudice penale per alcuni anni, prima di operare una scelta definitiva sulle funzioni da svolgere, requirenti o giudicanti. Questo rafforzerebbe la cultura della prova di cui tanto si è parlato. Il pubblico ministero deve, infatti, essere maggiormente formato ad analizzare anche gli elementi (ragionevoli) a favore dell’indagato e a motivare sugli stessi. Questa riforma andrebbe in tale direzione, al di là delle difese corporative.
La separazione delle carriere resta una questione aperta: crede che esistano le condizioni per riaprire il confronto in sede politica con maggiore serenità?
Se c’è ancora, come spero, da parte del Governo attualmente in carica, la volontà di portare a termine quanto previsto nel programma di riforma della giustizia e dell’ordinamento giudiziario, certamente. Inoltre, anche una parte della sinistra ha scelto di sostenerla in quanto utile ad aumentare le garanzie per i cittadini e coerente con la sua storia. Non bisogna dimenticare, poi, che durante la campagna referendaria i sostenitori del no hanno difeso l’intangibilità della costituzione e che i problemi esistenti si possono risolvere anche con legge ordinaria: ben si possono introdurre sezioni separate all’interno del CSM per giudici e pubblici ministeri (sistema francese) e il nostro comitato lo chiederà.
Nel dialogo interno alla magistratura, quale ruolo può avere un’iniziativa come la vostra nel favorire un confronto più ampio e, forse, più disteso anche all’interno dell’ANM?
Il comitato ha tra gli scopi quello di ampliare il sorteggio già previsto con la legge Cartabia per l’elezione dei componenti del CSM, ma anche dei membri dei consigli giudiziari, di cui la riforma bocciata dal referendum non parlava. Vorremmo anche le correnti rendessero noti i loro soci, i finanziamenti ricevuti e le finalità della loro azione all’interno del CSM. Proponiamo la rotazione degli incarichi direttivi (Procuratore Generale, Procuratore Capo, Presidente del Tribunale) per una durata limitata nel tempo e con rientro obbligatorio nelle funzioni direttive per un numero pari di anni. Se queste riforme fossero realizzate, l’ANM tornerebbe ad essere un luogo di solo dialogo culturale, come le altre associazioni private.
Dopo un impegno così intenso sul piano delle idee e del confronto pubblico, cosa le ha lasciato questa esperienza, e quale prospettiva sente oggi più urgente per il futuro della giustizia?
Il confronto è sempre un arricchimento. Tante persone, anche non addette ai lavori hanno ancora voglia di interessarsi alla politica, come nobile gestione della polis, della cosa comune, nell’interesse di tutti. E tutti chiedono una cosa: che la magistratura sia libera dalla politica e che non diventi un partito politico visto che, a differenza dei partiti, noi magistrati abbiamo il potere – dovere di riscrivere la volontà popolare indagando e processando esponenti politici. Peraltro, talvolta il contenuto degli atti di indagine trapela sui giornali, esponendo alla gogna mediatica presunti innocenti e persone neppure indagate, che diventano vittime di suggestivi copia incolla. Per bilanciare la nostra delicatissima funzione, è necessario spezzare qualsiasi ingerenza della politica, ma occorre farlo introducendo garanzie di un’amministrazione della giustizia e della magistratura sempre più trasparente, non solo a colpi di slogan.
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