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Giustizia

Garlasco verso la revisione, in tv il “processo al processo”

La Procura di Pavia orientata a chiedere di ribaltare l'esito di una vicenda ormai ventennale

di Dave Hill Cirio -


Il delitto di Garlasco, con il processo a seguire, a quasi vent’anni da quel 13 agosto 2007 in cui Chiara Poggi perse la vita, non è da tempo solo un caso di cronaca nera. È diventato un paradigma: il punto di collisione tra la faticosa ricerca della verità giudiziaria e l’inarrestabile ascesa di una giustizia parallela, nutrita dai talk show e da figure (professionali?) nate all’ombra delle telecamere.

Garlasco verso la revisione

Ieri, con il vertice tra la Procura di Pavia e la Procura Generale di Milano, la vicenda ha toccato un suo nuovo zenit procedurale e procedurale. L’attuale cuore della vicenda, nella svolta dell’attività investigativa della Procura di Pavia guidata da Fabio Napoleone.

Le “carte scoperte” sul tavolo della Procura Generale indicano una direzione chiara per il caso Garlasco: la convinzione di un processo da ribaltare, che il mosaico indiziario che ha portato Stasi in carcere possa essere stato viziato da errori tecnici oggi dimostrabili.

Al centro della nuova indagine non vi sono solo i famosi residui di Dna sotto le unghie della vittima – che in passato avevano già puntato, senza esito processuale, verso la figura di Andrea Sempio – ma una rilettura complessiva delle tempistiche e delle tracce ematiche sulla scena del crimine, da cui sarebbe esclusa la figura di Alberto Stasi.

Ci vuole una “prova nuova”

L’ipotesi dei magistrati pavesi, un “quid” di novità necessario per scardinare il giudicato del processo sul caso Garlasco. La richiesta di revisione, tuttavia, deve superare uno sbarramento giuridico altissimo.

Non basta sollevare un dubbio, occorre presentare prove nuove e schiaccianti. Serve la “prova nuova” capace di sgretolare il castello accusatorio precedente. Pavia sembra convinta di averla trovata.

L’esposto contro l’avvocato di Stasi

Ad agitare le acque, come secondo un’accorta regia a poche ore dall’incontro tra Fabio Napoleone e e la procuratrice generale Francesca Nanni, l’arrivo al protocollo degli uffici coordinati dalla Nanni, di un esposto.

Venti pagine scritte, più altre cinque tra fotografie e screenshot di chat telefoniche, oltre a un paio d’ore di registrazioni audio in allegato. Un esposto lungo e complesso, depositato dallo Studio legale Gasperini-Fabrizi. Indirizzato ad ipotizzare che il legale di Stasi avrebbe orientato i contenuti di alcuni programmi televisivi di cui era ed è spesso ospite e avrebbe cercato anche di “dare la linea” alle attività investigative portate avanti dagli inquirenti.

Contiene le considerazioni di “una giornalista” soprattutto sulla gestione mediatica delle notizie relative all’indagine della Procura di Pavia che vede accusato Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi. La cronista non ha indicato ipotesi di reato, delegando alla Procura il compito di individuarle, citando però il legale di Stasi e un giornalista del programma Mediaset Le Iene.

Il “processo al processo” in loop

Per ore e ore, fino alla notte avanzata di giovedì, una storia al centro del programma tv Rai Ore 14 – Sera. Per ore e ore, l’avvocato di Stasi Antonio De Rensis (già legale della famiglia Pantani e dell’allenatore Antonio Conte) ad annunciare di scendere in campo contro questa “giornalista” di cui non si sapeva il nome, raccontando però di averne incontrato una a cena dopo un suo ostinato pressing. Una circostanza ribadita in loop per ore, con il contorno di altri giornalisti e periti.

Ieri mattina, forse, la “rivelazione” finale sull’identità dell’autrice dell’esposto, una “giornalista investigativa” ancora o ex collaboratrice di un altro programma serale Rai, Far West.

Dalla “tv del dolore” al caso Garlasco

Insomma, l’apoteosi del “processo al processo”. Mentre i magistrati di Pavia analizzavano gli atti e le perizie, per mesi e mesi e tuttora i talk show sovrapposti a tutto questo. Garlasco, “figlio maledetto” della TV del dolore, un format nato con Cogne e maturato con Avetrana, che ha da allora trasformato ogni dramma nella dieta quotidiana del pubblico.

Il vero elemento di rottura di questi anni, l’esplosione dei criminologi da talk show. Figure che, pur prive spesso di un incarico formale nel processo, occupano le poltrone televisive per commentare fino ad emettere sentenze preventive.

Ogni caso, come un gioco di società. Fuori della Procura di Pavia, “analisi” sulle scarpe di Stasi, sulle biciclette fuori dal cancello, sul tono di voce della chiamata al 118 come se fossero elementi di un quiz.

Criminologi, talvolta, “dalle stelle alle stalle”. Qualcuna di queste figure, coinvolta in vicende giudiziarie, all’interno di un sistema che appare più una giungla che un ambito professionale. Questo declino, la prova di quanto sia pericoloso scambiare la ribalta mediatica per l’autorità scientifica.

Un tema finito anni fa anche all’attenzione della Società Italiana di Criminologia, chiamata a moniti e avvertimenti. Garlasco, da mesi e mesi, non è solo fascicoli polverosi con reperti addirittura scomparsi ma lo specchio di un Paese dove il “processo al processo” ha preso il sopravvento.

La “verità”

Da un lato, una magistratura che prova a correggere i propri errori. Dall’altro, un circo mediatico che quegli errori li ha amplificati, trasformando ogni sospetto in uno spin-off televisivo.

Se la revisione verrà chiesta e ottenuta, sarà la vittoria del diritto sulla procedura ma resterà l’amaro in bocca. Ogni giorno, ancora per chissà quanto, atti non giudiziari ma “televisivi”, per alimentare l’insaziabile macchina del dubbio mediatico.

In questo scenario, il rischio è che la verità non sia più l’obiettivo, ma solo l’ennesimo “storia” da vendere al miglior offerente.


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