Cosa c’è davvero dietro la mancata uscita dalla procedura d’infrazione?
La delusione, almeno in apparenza, è forte. La fotografia dell’Istat che certifica la permanenza dell’Italia nella procedura per deficit eccessivo complica infatti i piani della maggioranza. Soprattutto sulla scorta dell’ordine di scuderia del partito di via della Scrofa a proposito dell’eventualità di traghettare il Paese verso elezioni anticipate. Per mesi fonti parlamentari di Fratelli d’Italia hanno invocato l’importanza di “aspettare i numeri” prima di considerare seriamente la fine preventiva dell’esperienza di governo. I numeri adesso sono arrivati e non fanno sorridere. Tutt’altro, spengono le velleità del centrodestra di approcciare all’ormai imminente legge di bilancio con l’entusiasmo di una leva forte da trascinarsi fino alla campagna elettorale. Che, a questo punto, secondo i rumors di palazzo, potrebbe iniziare prima del previsto. Magari puntando tutto sull’abolizione del bollo auto e su misure low cost ma identitarie per ridimensionare l’avanzata di Vannacci.
Gli umori, ad ogni modo, non sono certamente dei migliori. E il grande attenzionato – più del solito – è il ministero dell’Economia, quello dal quale Giorgetti ha ammesso il “rammarico” per non aver messo i conti in ordine al punto da riuscire a tirare fuori il Paese dalle maglie della procedura d’infrazione Ue. Ovviamente, i commenti più feroci sono quelli che provengono dall’opposizione i cui esponenti si alternano nel puntare il dito contro il titolare del Mef e nel chiedere al governo di prendere atto che dopo questo insuccesso la sua esperienza è arrivata al capolinea.
Manovra, tra sospetti di strategia e nodi nella coalizione
Dalla maggioranza c’è chi prova a vedere il bicchiere mezzo pieno e fa presente come si sia comunque riusciti a ridurre considerevolmente il debito pubblico. Altri provano a gettare acqua sul fuoco tirando in ballo i conti ereditati dopo la stagione del Superbonus. Tutti guardano però alla Manovra che non offrirà grandi margini a un governo costretto a contenere la spesa corrente. Ed è proprio su questo aspetto che si insediano i dubbi di chi, con un po’ di complottismo, vede addirittura una strategia nel mantenere il rapporto tra deficit e Pil sopra il 3%. In un modo o nell’altro, è la teoria, tra i meandri del bilancio dello Stato si poteva trovare il modo per scendere sotto la fatidica soglia.
Giovanni Tria, ministro dell’Economia nel primo governo Conte, e Antonio Maria Rinaldi, responsabile economico di Futuro Nazionale, giungono alla stessa conclusione. Il fallimento dell’obiettivo di fatto mette al riparo i conti dalla cavalcata dei partiti di maggioranza pronta a spendere a dismisura all’ultima occasione utile per accaparrarsi qualche voto in più. Più o meno la stessa ipotesi è stata avanzata da Luigi Marattin che però fornisce una lettura leggermente differente e più politica. Per il deputato liberaldemocratico restare nella procedura europea di infrazione evita che nel centrodestra scoppi il caso degli investimenti in difesa, incrementabili una volta venuti meno i vincoli comunitari.
Resta il fatto che adesso la strada della Manovra sarà in salita e che questo influirà fin da subito sui rapporti interni alla maggioranza. Forse anche sulla sua tenuta.
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