L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cultura & Spettacolo

Il ritorno A.I.taca

E se la tecnologia mettesse in dubbio il riconoscimento di chi siamo davvero?

di Redazione -


di GIULIA PANASIA

Cosa sareste disposti a fare pur di non perdere la vostra casa, la vostra famiglia?

Il cinema ha provato a dare due risposte diverse.

Nell’ Odissea di Nolan, l’eroe, malgrado il peso di dieci anni di guerre e le tentazioni di dieci di viaggio, vacilla ma resiste, incrollabile nel suo desiderio di tornare alla sua amata Itaca.

In  No other choice di Park Chan-wook, Man-su, licenziato dalla cartiera dove lavora da venticinque anni perché l’azienda si è automatizzata, è disposto a tutto pur di non perdere la vita perfetta che si è costruito.

 Entrambi vogliono la stessa cosa, entrambi ingannano, cambia solo quanto sono disposti a perdere.

Ulisse conquista Troia ed acceca Polifemo con astuzia, la stessa che però lo costringerà a dieci anni di navigazione per volere degli Dei.

Man-su si finge responsabile delle risorse umane per scoprire ed eliminare i possibili concorrenti all’ unico posto rimasto, quello di sorvegliante dell’impianto.

L’inganno è il frutto dell’ambizione umana, velleitaria di conoscere tutto, di spingersi oltre le colonne d’ Ercole, sapendo, che oltre c’è il naufragio.

Mi chiedo se l’inganno non sia verosimilmente quello che stiamo vivendo oggi con l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Come nel viaggio affrontato da Ulisse, ci troviamo in bilico tra condanna e salvezza.

L’ A.I., come Circe, adesca, sfrutta le nostre vulnerabilità, la nostra privacy, ci trasforma privandoci della capacità di analisi, del pensiero critico che ci ha sempre distinti dalle altre specie, ci asseconda sempre, non contraddice mai, conferma le nostre opinioni estendendo le polarizzazioni e dunque i conflitti.

Come le sirene seduce con il canto della velocità e ci rende prigionieri, ci ingabbia nella necessità di desiderare sempre di più, sfidandoci continuamente, senza mai riuscire a stare al passo perché la macchina ci supera comunque.

Cerchiamo semplificazione, pretendiamo perfezione e ne paghiamo il prezzo.

Così come Man-su che è disposto a tutto pur di lavorare per la macchina che lo ha sostituito, perde la dignità.

L’ A.I. ci seduce, dandoci la stessa l’illusione che Calipso offre a Ulisse: l’immortalità.

Ulisse sceglie di restare umano, Man- su, invece, cede e, per non affondare, rinuncia alla sua umanità.

La vera domanda non è se l’uomo saprà resistere alla tentazione ma in quanti potranno permetterselo? E quanti si troveranno dalla parte di chi non ha altra scelta?

La possibilità di scegliere, che per anni abbiamo dato per scontato, torna ad essere un privilegio.

Ulisse è un Re e ad Itaca lo aspetta un trono, Man-su è un impiegato e ad aspettarlo c’è una famiglia e un equilibrio che non vuole vedere crollare.

Se da un lato Ulisse durante il viaggio si ferma, dubita, si tormenta costantemente logorato dalla perdita dei suoi compagni e in perenne lotta con sé stesso, Man-su, avanza con cieca determinazione, senza vedere più nessuno, lotta contro tutti.

L’A.I. allo stesso modo ci sta gradualmente anestetizzando, portandoci a focalizzarci sull’ obiettivo e ad avere una visione egoistica senza mai domandarci il prezzo delle nostre scelte.

Eppure, la nostra identità non sta in ciò che raggiungiamo, ma in chi ci riconosce.

Entrambi troveranno ad aspettarli una donna: Penelope tesse e disfà per proteggere Itaca fino al ritorno di Ulisse, la moglie di Man-su, con il suo silenzio, diventa complice per proteggere quello che potrebbero riottenere.

Ma cosa permette davvero di riconquistare la propria casa?

Restare sé stessi

Penelope lo sa bene, mette alla prova i proci davanti l’arco di Ulisse, certa che solo lui riuscirà a tenderlo. Una capacità costruita negli anni, che non poteva essere imitata o improvvisata.

In No Other Choice la prova la supera la moglie che ha dovuto accettare l’uomo che è divenuto, il quale non è più sé stesso.

Oggi siamo portati a delegare proprio ciò che ci rende riconoscibili, omologandoci fino a diventare noi stessi artificiali.

Ma se perdiamo ciò che siamo, ha ancora senso tornare a casa?

Forse è proprio il viaggio, anche questo che stiamo affrontando, ad insegnarci a riconoscerci e a non cedere.

PER TUTTE LE NEWS DI CRONACA


Torna alle notizie in home