L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cronaca

Ponza, il giallo senza fine di Gianmarco Pozzi

Gimmy Pozzi, sei anni di attesa chiusi in un iPhone. Ma potrebbe esserci una svolta

di Priscilla Rucco -


Un telefono rimasto muto per sei anni. Eppure, secondo la famiglia di Gianmarco Pozzi, proprio lì dentro potrebbe trovarsi la traccia di chi era vicino al ragazzo nei suoi ultimi istanti. La vicenda del giovane campione di kickboxing morto a Ponza il 9 agosto 2020 continua a ruotare intorno a quell’iPhone, oggi al centro dell’unico fascicolo ancora aperto al Tribunale di Cassino.

Gimmy, come lo chiamavano tutti, aveva 28 anni ed era partito da Roma il 23 luglio per trascorrere l’estate sull’isola di Ponza, impiegato come addetto alla sicurezza in un locale della zona del porto.

Quella domenica mattina il suo corpo venne ritrovato in un’intercapedine tra due muri, in un’area di campagna lontana dalla vita notturna. Le prime ricostruzioni parlarono di una caduta, forse favorita dall’assunzione di sostanze. L’autopsia non fu disposta e la salma venne poi cremata. I familiari, però, non hanno mai creduto a una fatalità: le fratture, le ferite al volto e i denti spezzati raccontavano, a loro giudizio, la violenza di un pestaggio. Da quel giorno è cominciata una lunga battaglia fatta di perizie e ricorsi.

La chiamata delle 11.21

Nel giugno scorso i consulenti nominati dalla famiglia, tra cui il dottor Salvatore Filograno, hanno reso nota un’analisi da cui emergerebbe una telefonata partita dal cellulare di Gimmy alle 11.21, pochi minuti dopo l’orario ritenuto compatibile con il decesso. Destinatario, un amico che divideva con lui la stanza sull’isola. Per l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste i Pozzi, chi ha composto quel numero sarebbe il responsabile della morte del ragazzo.

Si tratta, va precisato, di una tesi di parte che attende ancora riscontri dagli inquirenti. Ai Pozzi resta però un interrogativo difficile da accettare: perché un dato che si trovava negli atti fin dall’inizio sia emerso soltanto a distanza di oltre cinque anni.

Un telefono bloccato per sempre?

Nel novembre 2024 il pubblico ministero Flavio Ricci aveva chiesto di chiudere il caso. L’8 luglio la Gip Alessandra Casinelli ha accolto la richiesta della Procura di archiviare il procedimento sulla morte, relativo alle ipotesi di omicidio colposo, omicidio preterintenzionale e morte come conseguenza di altro delitto.

Nella stessa data, però, ha respinto l’archiviazione di un secondo filone, nato dall’esposto di Paolo Pozzi, padre di Gimmy, e aperto per frode processuale nei confronti del consulente tecnico incaricato dalla Procura di estrarre la copia forense del dispositivo. Durante quelle operazioni, dopo una serie di codici di sblocco errati, l’iPhone finì nella disabilitazione definitiva prevista dal sistema Apple. Nella sua relazione il tecnico riferì di averlo ricevuto con il display danneggiato; la famiglia ribatte che, dal verbale dei carabinieri, il telefono risulterebbe trovato intatto a pochi metri dall’intercapedine.

La giudice ha concesso novanta giorni per nuovi accertamenti, tra cui l’audizione dei militari che lo rinvennero e lo ebbero in custodia. Il termine scadrà nei primi giorni di ottobre. La Procura ha comunque precisato che quelle verifiche riguardano soltanto la condotta del perito e non la dinamica della morte.

Lo sfogo di un padre distrutto

A luglio, quando aveva saputo del rigetto, la famiglia si era lasciata andare alla desolazione, aggrappandosi a quello spiraglio. Oggi, però, per Paolo Pozzi l’attesa è tornata a pesare come una condizione di vita. “Ho perso la fiducia nelle istituzioni e nella giustizia. Mi sento preso in giro dal sistema, perché sembra che ci siano cittadini di serie A e cittadini di serie B”, ha dichiarato in esclusiva a L’identità. “Sta proseguendo tutto così da anni, per inadempienza o perché si vuole proteggere qualcuno”.

Parole disperate pronunciate da un padre che nel 2023 aveva ritrovato lui stesso, in un terreno accanto all’intercapedine, una carriola poi esaminata dai Ris alla ricerca di eventuali tracce di Dna. Un uomo che, insieme alla figlia Martina, non ha mai smesso di cercare verità e giustizia, nemmeno quando le carte sembravano dire che non c’era più nulla da trovare. Sei anni dopo, la domanda che la famiglia continua a porsi resta la stessa: che cosa accadde davvero a Gimmy in quell’isola. La risposta, forse, è ancora custodita dietro uno schermo che nessuno è più riuscito – o non ha voluto – accendere.

PER TUTTE LE NEWS DI CRONACA


Torna alle notizie in home