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Economia

La crisi dell’edilizia dopo la “droga” Superbonus

L'Italia continua a pagare lo scotto di politiche "a fisarmonica", fatte di accelerazioni e frenate improvvise

di Angelo Vitale -


Finita l’ubriacatura della finanza agevolata, per il mattone italiano è arrivato l’inevitabile momento della resa dei conti. Dopo anni vissuti al ritmo artificiale e drogato dei bonus a pioggia e del Superbonus, il mercato dell’edilizia mostra un respiro affannoso e scopre la fragilità delle proprie fondamenta.

La crisi dell’edilizia

Quella che doveva essere una cura ricostituente per l’economia si è rivelata una dipendenza tossica, capace di gonfiarsi in una bolla e di lasciare in eredità un drammatico buco nero di crediti fittizi e truffe milionarie, quotidianamente svelati dalle inchieste della magistratura.

Esaurita la spinta propulsiva degli incentivi senza freni, la realtà presenta una fattura pesantissima e l’intero comparto si ritrova a fare i conti con un brusco e doloroso cambio di marcia. A certificare l’inversione di rotta non sono semplici sensazioni, ma lo scheletro rigoroso dei dati.

Già la Bce aveva rilevato come la contrazione degli investimenti casa nell’area euro fosse risultata “particolarmente accentuata in Italia”, legandola proprio al progressivo ritiro degli incentivi.

Un’analisi confermata da Unimpresa

Nel primo trimestre 2026 gli investimenti nelle abitazioni in Italia hanno registrato un calo congiunturale del 2,7% rispetto agli ultimi tre mesi del 2025. Un segnale di debolezza ancora più marcato se messo a confronto con la dinamica degli investimenti fissi lordi complessivi, cresciuti invece dello 0,7% nello stesso arco temporale.

Una divergenza netta di 3,4 punti percentuali che isola con precisione chirurgica il malessere specifico del comparto residenziale. E’ il conto salato pagato al progressivo smantellamento dei sussidi pubblici.

Mentre i fabbricati non residenziali crescono dell’1,3%, gli investimenti residenziali si attestano a 22,999 miliardi di euro. I campanelli d’allarme continuano a suonare lungo l’intera filiera. Tra gennaio e marzo 2026 i permessi di costruire per nuovi fabbricati residenziali sono crollati del 9,2% per numero di abitazioni e del 5,5% per superficie utile.

Non va meglio sul fronte della produzione delle costruzioni: a luglio l’indice Istat ha perso l’1,4% su giugno e l’1,2% su anno, incasellando una contrazione dello 0,8% nel trimestre maggio-luglio. Ne deriva un quadro immobiliare a due velocità, denso di evidenti paradossi.

Le politiche ” a fisarmonica”

Se da un lato l’attività cantieristica e le ristrutturazioni tirano il freno per il drastico ridimensionamento delle aliquote — con il Superbonus sceso al 65% nel 2025 e le detrazioni ordinarie ripiegate al 36%, elevate al 50% solo per le prime case —, dall’altro i prezzi degli immobili continuano la loro corsa.

Nel secondo trimestre del 2026 i valori delle case sono saliti del 4,0% su anno (+5,0% per il nuovo, +3,7% per l’usato), a fronte di compravendite rimaste al palo con un risicato +0,1%.

Il credito e i mutui mostrano timidi segnali di ripresa, ma la riqualificazione stagna. Come sottolineato dal presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, l’Italia paga lo scotto di politiche “a fisarmonica”, fatte di accelerazioni e frenate improvvise. Non servono nuovi interventi d’emergenza o scorciatoie straordinarie ma una strategia strutturale, stabile e prevedibile per la casa. Governare la transizione è l’unico modo per impedire che il vuoto travolga una filiera vitale per la ricchezza delle famiglie italiane.

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