Garlasco, i dubbi dei pm di Pavia sul cucchiaino e sul Dna di Chiara Poggi
Acceso un faro sula decisione degli investigatori del 2007 di utilizzare un cucchiaino trovato nella cucina dell’abitazione dei Poggi per ricavare il profilo genetico della vittima, anziché servirsi direttamente di un campione biologico prelevato durante l’autopsia
Dubbi, dubbi, e ancora dubbi. Che si collegano a nuove possibili contraddizioni negli accertamenti genetici eseguiti dal Ris di Parma nel 2007. Al centro dell’attenzione della Procura di Pavia finiscono ancora una volta il Dna di Chiara Poggi, il cucchiaino ritrovato nella villetta di via Pascoli e alcuni verbali che sembrerebbero mettere in discussione le dichiarazioni rese dall’allora capitano Alberto Marino. A sollevare nuovi interrogativi sono alcuni documenti del Ris di Parma, dei quali ha dato notizia il Tg1, circa le operazioni effettuate nelle settimane successive all’omicidio. Atti che potrebbero assumere particolare rilevanza nell’ambito degli approfondimenti avviati dalla Procura di Pavia sulle indagini scientifiche condotte all’epoca. La questione riguarda la decisione degli investigatori di utilizzare un cucchiaino trovato nella cucina dell’abitazione dei Poggi per ricavare il profilo genetico della vittima, anziché servirsi direttamente di un campione biologico prelevato durante l’autopsia.
Il Dna di Chiara Poggi sul cucchiaino
Almeno così sembra lasciare intendere l’allora capitano del Ris Alberto Marino quando è stato ascoltato dai magistrati pavesi. Il carabiniere ha infatti sostenuto che non fosse disponibile un campione di confronto. “Forse non ce lo hanno mandato”, ha detto a proposito della supposta mancanza di un campione biologico prelevato direttamente dal corpo della vittima, come abitualmente si fa in questi casi. Eppure, in un verbale del 4 settembre 2007, firmato anche dallo stesso Marino, si fa esplicito riferimento al prelievo di un campione biologico dal sangue di Chiara Poggi, destinato proprio agli accertamenti comparativi. La domanda, dunque, è banale: se il Ris disponeva del materiale biologico di Chiara Poggi, perché ricavare il suo profilo genetico dal cucchiaino presumibilmente utilizzato per la colazione? E soprattutto, come si concilia la dichiarazione resa da Marino ai magistrati con il contenuto di un verbale che porta anche la sua firma?
I dubbi degli inquirenti
Anche perché il confronto tra il materiale genetico della vittima e le tracce repertate sui pedali della bici di Stasi rappresenta uno dei passaggi più discussi delle indagini originarie. Sia per alcune incongruenze evidenti anche da punto di vista tecnico, sia per il fatto che, a quanto pare, non tutti i risultati dei test effettuati sono finiti nel fascicolo ufficiale a carico di Alberto Stasi, poi condannato per l’omicidio. Insomma, al di là di eventuali errori commessi dal Ris, si evincono sostanziali divergenze tra le dichiarazioni rese a distanza di quasi vent’anni e quanto risulta dalla documentazione dell’epoca. Restando agli errori, il dubbio della procura di Pavia è che il ritrovamento del Dna di Chiara sui pedali della bici di Stasi possa essere dovuto a uno scambio di provette. Anche perché è sempre suonato strano come sui due reperti fosse presente la stessa identica quantità di materiale genetico, 2.78 nanogrammi.
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