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Cronaca

Non fare a Stasi quello che non vorresti fosse fatto a Sempio

Se all'epoca dell'omicidio di Chiara Poggi a veicolare informazioni e indiscrezioni erano essenzialmente le procure per veder acclamato a furor di popolo il proprio operato, giusto o sbagliato, oggi questa stessa arma è utilizzata anche dai diretti interessati da indagini o procedimenti giudiziari

di Giuseppe Ariola -


Nel grande circo mediatico che a distanza di 19 anni si conferma essere ancora quanto ruota attorno all’omicidio di Chiara Poggi è evidente il tentativo di condizionare l’opinione pubblica. D’altronde, se ci si è riusciti all’epoca del delitto di Garlasco mostrificando Alberto Stasi, perché non dovrebbe funzionare oggi a favore di Sempio? Tanto più che al di là dei giornali, a differenza del 2007, oggi i media, tra talk show e salotti, tv hanno una pervasività decisamente maggiore. Oltretutto, ulteriormente amplificata dagli spezzoni più significativi che vengono puntualmente rilanciati sui social. E se all’epoca a veicolare informazioni e indiscrezioni erano essenzialmente le procure per veder acclamato a furor di popolo il proprio operato, giusto o sbagliato, oggi questa stessa arma è utilizzata anche dai diretti interessati da indagini o procedimenti giudiziari. E, ovviamente, dalle loro difese.

Il ruolo dei media

Basta accendere la tv su un qualunque canale in qualsiasi giorno per rendersene conto. In sostanza, il linciaggio mediatico del quale è stato vittima Alberto Stasi oggi è diventato un mezzo sfruttato dalla sua difesa nell’ottica della revisione del processo. Ma anche da quella del nuovo indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, Andrea Sempio: attorno a queste figure centrali del caso di Garlasco si sono create delle vere e proprie tifoserie. Giornalisti, opinionisti, avvocati, consulenti e professionisti di vario genere pronti a difendere a spada tratta le ragioni dell’uno o dell’altro. Nel mezzo le difese di Stasi e di Sempio che provano a fare il proprio gioco mantenendo tra loro un sostanziale fair play. O almeno ci provano. L’assunto è che, se è vero come è vero che l’unico condannato per quel delitto è stato massacrato non solo mediaticamente, ma anche attraverso forzature investigative, questo oggi non deve accadere con il nuovo indagato.

La strategia di Sempio

A maggior ragione alla luce di tutti gli errori, gli orrori e le evidenti distorsioni che hanno accompagnato le indagini contro Stasi e la stessa sua condanna dopo due assoluzioni. Pool difensivi a parte, però, tutti gli altri si dissociano da questa sorta di gentlemen’s agreement. A partire, purtroppo, da Andrea Sempio. Il nuovo indagato è molto presente sugli schermi. L’obiettivo è mostrare al pubblico il proprio lato umano nel tentativo di evitare la propria mostrificazione. Lo hanno detto chiaramente sia il suo legale, Angela Taccia, che il suo consulente Armando Palmegiani. In tutte queste occasioni Sempio non si fa però scrupolo a passare dalla propria difesa all’accusa di Stasi, ribadendo costante la convinzione della sua colpevolezza. Senza margine di dubbio. Sostiene di temere di diventare anche lui una vittima di tutte le distorsioni con cui è stato bersagliato l’allora fidanzato di Chiara, ma non si fa scrupolo a indicarlo come l’assassino.

Una contraddizione evidente

Più o meno quello che fanno tanti commentatori. Che pur riconoscendo l’assurdità di certe attività investigative contro Stasi non si distaccano però dalla sentenza di condanna. Perché emessa da giudici, perché vagliata dalla Cassazione, perché passata in giudicato. Ma se il presupposto è sbagliato, come può essere giusta la conclusione? Tanto più se si riconosce unanimemente che quanto emerso grazie ai nuovi inquirenti pavesi è inquietante. Non tutti però ammettono che le attività sbagliate e quelle addirittura taroccate dell’indagine del 2007 hanno chiaramente influenzato l’esito giudiziario. Non sono neanche disposti ad ammettere che le novità emerse siano utili a una revisione del processo. Ma chiedono che lo stesso non si ripeta nei confronti di Sempio. E hanno assolutamente ragione. Peccato che poco gli importi se certe prassi mostruose hanno portato a una condanna a 16 anni di carcere di quello che ogni giorno appare in ogni caso una vittima. E sempre meno il colpevole dell’omicidio di Chiara.

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