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Politica

L’effetto del voto sulla stabilità italiana (con la Schlein che tifa Dem)

di Eleonora Manzo -


Il voto di metà mandato negli Stati Uniti non è mai un affare esclusivamente domestico. Le elezioni di midterm assumono per l’Italia i tratti di un decisivo tornasole politico ed economico.

I dati della vigilia, che vedono i democratici favoriti nei sondaggi per la riconquista della Camera, aprono riflessioni profonde a Roma. In una capitale divisa tra l’attesa febbrile delle opposizioni e la solida responsabilità della maggioranza, le urne di Washington si preparano a ridisegnare equilibri geopolitici complessi.

Di fronte alle tifoserie ideologiche delle opposizioni, con un centrosinistra guidato da Elly Schlein che cerca nei Democratici americani una sponda retorica per accreditare una presunta riscossa progressista, la maggioranza di centrodestra dimostra maturità e realismo strategico. Giorgia Meloni mantiene una rigorosa e lungimirante prudenza istituzionale.

La premier ha dimostrato che l’asse transatlantico e la tutela dell’interesse nazionale prescindono dal colore politico della Casa Bianca, avendo già saputo dialogare efficacemente con diverse sensibilità d’oltreoceano e coltivando relazioni strategiche anche nel mondo dell’innovazione globale.

Se da un lato la Lega di Matteo Salvini guarda con naturale affinità al mondo repubblicano, l’intero esecutivo si muove compatto sulla linea dell’atlantismo tradizionale guidato da Antonio Tajani, preservando l’Italia da sbilanciamenti azzardati.

Le ripercussioni di questo voto si misureranno anzitutto sul terreno dell’economia reale e dei mercati finanziari. Un’eventuale tenuta del controllo repubblicano sul Congresso blinderebbe l’agenda commerciale ‘America First’, ponendo il rischio di dazi generalizzati.

In questo scenario, la collaudata diplomazia economica del governo Meloni diventerebbe lo scudo fondamentale per proteggere le nostre eccellenze manifatturiere, mitigando le spinte protezionistiche attraverso un fitto canale di trattative bilaterali.

Inoltre, la prevedibile pressione repubblicana per un aumento delle spese militari della NATO verrebbe gestita dall’esecutivo con il consueto rigore di bilancio, equilibrando i doveri dell’alleanza con la difesa dei conti pubblici nazionali.

Se invece a trionfare fosse il movimento democratico, determinando una situazione di ‘split government’ a Washington, lo spettro di dazi globali indiscriminati verrebbe congelato dal potere di veto del Congresso. Per l’Italia e per le sue imprese esportatrici si tratterebbe di una boccata d’ossigeno in termini di stabilità valutaria.

Tuttavia, la spinta Dem verso una transizione ecologica globale e standard ambientali asimmetrici imporrebbe alle nostre filiere industriali costi di adeguamento non indifferenti. Anche in questo caso, la linea pragmatica della maggioranza a Roma farebbe la differenza, agendo come ammortizzatore contro le derive ideologiche del Green New Deal e tutelando la competitività del sistema produttivo italiano.

Allo stesso tempo, il verdetto delle elezioni rappresenta l’esame di maturità per la sovranità strategica dell’intera Unione Europea. Di fronte all’incertezza americana, la postura solida e non subalterna del governo italiano indica la rotta: l’Europa non può più permettersi il lusso di essere una spettatrice passiva della democrazia altrui, perennemente col fiato sospeso.

Chiunque vinca a Washington, per l’Italia e per i partner europei è giunto il momento di superare le storiche timidezze geopolitiche. La leadership di Roma dimostra che l’alleanza transatlantica si onora non con la sottomissione intellettuale, ma ponendosi come interlocutori autorevoli, pronti a camminare con le proprie gambe e a scrivere da soli le regole del proprio futuro.

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