Domani, domani e… ieri
Avevamo lasciato i nostri lettori sulla soglia di una seconda fase. Dopo tanti “domani” promessi e mai arrivati, è arrivato invece un oggi: la denuncia è stata depositata. E una denuncia, per sua natura, ha dei nomi. Non solo quello di Paolo Picchio, che chi ci segue conosce bene, ma anche quelli di altri soggetti che, secondo la nostra ricostruzione, tutta da verificare nelle sedi competenti, avrebbero avuto un ruolo in questa vicenda.
Cominciamo da uno. Si chiama Luca Marcante. Sul biglietto da visita però il nome non basta, e diventa “Cavalier Luca Gentil Canal Marcante”. Un nome che si allunga come un titolo nobiliare, e che a noi è parso il primo indizio di una certa attitudine all’abbellimento.
Luca Marcante: la ricostruzione
Qui il giornalismo investigativo ha un dovere preciso: chiedersi se stiamo accusando persone in buona fede, che magari hanno sbagliato in un affare finito male, o se dietro quella che noi riteniamo una truffa aggravata ci sia altro. Parliamo di un’operazione che, nella nostra ipotesi, sarebbe stata organizzata da più persone d’accordo tra loro, con documenti che riteniamo contraffatti, quadri che riteniamo falsi, garanzie che riteniamo inesistenti e titoli che a nostro avviso non valevano la carta su cui erano scritti. Per rispondere a quella domanda abbiamo fatto la cosa più semplice: siamo andati a vedere il passato.
E il passato racconta una storia che non si dimentica facilmente. Il nome di Luca Marcante, imprenditore vicentino, compare tra gli indagati di “Dirty leather”, la maxi-inchiesta della Guardia di finanza sulle frodi fiscali nel distretto della concia. Secondo l’accusa, tra il 2007 e il 2009 una rete di società definite “cartiere” avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti per circa 52 milioni di euro, dopo aver importato pellame dall’estero in esenzione Iva. Nomi come Markfill srl, Lewis Raw Hide ltd, Alvi Pellami srl, Leather Avenue srl e Cravi Pelle srl. La procura collocava all’origine di tutto una riunione del maggio 2007 a Montebello, cui avrebbe preso parte anche Marcante, dove si sarebbe discusso della necessità di creare società di comodo per consentire ad alcune concerie di evadere.
La pena
Per Marcante la procura contestava l’associazione per delinquere e aveva chiesto 5 anni e 9 mesi. Nel 2021 la vicenda si è chiusa, per lui, con un patteggiamento a 2 anni di reclusione.
Per completezza, e perché la correttezza è il nostro unico vero capitale, va detto che il tribunale ha escluso l’esistenza dell’associazione per delinquere, ritenendo provate solo singole evasioni, e ha assolto due coimputati. Va detto anche che il patteggiamento non è una piena dichiarazione di colpevolezza, sebbene la legge lo equipari a una sentenza di condanna. Ma resta un fatto: davanti a un’accusa di frode fiscale da decine di milioni, Marcante ha scelto di chiudere la partita accettando due anni di pena. Non un’assoluzione, non un proscioglimento. Una pena concordata.
E non è finita qui. Perché l’anno successivo, nel 2022, il nome di Luca Marcante torna in un’aula di tribunale vicentina, in un altro procedimento per frode fiscale nel mondo della concia. Secondo la procura, tra il 2007 e il 2009, fra Chiampo e Vicenza, Marcante sarebbe stato l’amministratore di fatto della ditta “Gamma di Gambaretto Marco”, che avrebbe distrutto la documentazione contabile e omesso la dichiarazione dei redditi per il 2009, con un’evasione di 181 mila euro, ed emesso fra il 2009 e il 2010 fatture false per un milione di euro a favore di un’altra società del settore. Il giudice lo ha condannato in primo grado a un anno e mezzo di reclusione, la pena più alta tra i tre imputati.
La sospensione della pena
Le cronache dell’epoca riferiscono che la sospensione della pena è stata concessa agli altri due, non a lui. Alla condanna si sono aggiunte le pene accessorie: interdizione dagli uffici direttivi di società e imprese, incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione, interdizione dai pubblici uffici e dalle funzioni di rappresentanza in materia tributaria per la durata della pena. Un uomo, dunque, a cui un giudice ha ritenuto di dover vietare, almeno per un periodo, di amministrare un’impresa. Lo stesso uomo che oggi si presenta come cavaliere.
Ora, nessuno di noi pensa che i precedenti siano una condanna perpetua. Chi sbaglia e paga ha diritto a voltare pagina, ed è giusto così. Però quando ritroviamo lo stesso nome, a distanza di anni, al centro di una vicenda in cui compaiono documenti a nostro avviso falsi, garanzie a nostro avviso farlocche e titoli che secondo noi non valevano nulla, il dovere del cronista è porsi una domanda. È coincidenza o è metodo?
Non tocca a noi rispondere in via definitiva. Toccherà alla magistratura, che abbiamo investito con la nostra denuncia, accertare se le nostre ipotesi siano fondate e se qualcuno, in questa storia, abbia avuto il ruolo che noi crediamo: quello di architetto. Ma tocca a noi raccontare, documentare e non smettere di fare domande. È esattamente quello che continueremo a fare, perché chi ha già avuto a che fare con la giustizia dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che il conto, prima o poi, arriva.
Una cosa la sappiamo già. Per chi ha alle spalle un patteggiamento e una condanna per frode fiscale, una nuova condanna non sarebbe una pagina qualsiasi. Sarebbe un capitolo con conseguenze ben più pesanti di un semplice biglietto da visita da ristampare. E questa volta, cavaliere o no, nessun titolo potrà fare da armatura.
Non finisce qui
E i capitoli, lo anticipiamo fin d’ora, non finiscono qui. Perché la vita attuale del signor Marcante è tutt’altro che appartata. Ci sono frequentazioni politiche di primo piano. Ci sono rapporti con opinion leader di peso, tra cui un notissimo giornalista, collezionista d’arte anche lui, al quale auguriamo sinceramente che i quadri di famiglia restino sempre dove sono, al sicuro e in buone mani. Risulta poi l’esistenza di una fondazione in Svizzera che oggi sarebbe a rischio di fallimento e nella quale comparirebbe la famiglia di Marcante, in particolare i figli.
Figli che però, per quanto ci risulta, non avrebbero mai preso parte realmente alla vita della fondazione, mentre diverse testimonianze raccolte indicano che a occuparsene sarebbe stato proprio lui. Infine, ci risulta che a livello europeo fosse stata creata una pagina Facebook, poi rimossa, con lo scopo dichiarato di mettere in guardia dal suo operato. Non sappiamo chi l’abbia aperta, né possiamo verificarne le affermazioni: ci limitiamo a registrare che è esistita, e che qualcuno sentiva il bisogno di lanciare un allarme.
Su ognuno di questi fronti torneremo, documenti alla mano. Noi ci atteniamo alla cronaca: raccontiamo ciò che vediamo e ciò che abbiamo verificato, e lasciamo alla magistratura e all’opinione pubblica ogni giudizio.
Alla prossima puntata. Perché i “domani” sono finiti, e adesso cominciano gli ieri.
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