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Esteri

Israele al voto, l’alternativa a Netanyahu parla il linguaggio della forza

Gli Usa sperano in una stabilità per una nuova fase diplomatica

di Ernesto Ferrante -


Con l’apertura dei seggi nelle rappresentanze diplomatiche israeliane sparse nel mondo, è ufficialmente iniziata la lunga marcia verso le elezioni del 27 ottobre. I primi a votare sono stati diplomatici, funzionari all’estero e loro familiari, gli unici cittadini israeliani autorizzati a esprimere il voto fuori dai confini nazionali. I seggi saranno operativi per circa trenta ore in 99 sedi diplomatiche, per un totale di 101 postazioni elettorali e quasi 4.800 aventi diritto. La prima urna è stata aperta a Wellington, in Nuova Zelanda, seguita dall’ambasciata israeliana nelle Fiji. Le ultime schede arriveranno invece dai consolati di San Francisco e Los Angeles, prima di essere trasferite in Israele per lo scrutinio alla Knesset. Un rito istituzionale che segna l’inizio di una campagna elettorale destinata a pesare sul futuro del Medio Oriente e che, paradossalmente, sembra offrire poche indicazioni di discontinuità sui principali dossier, a partire dalla guerra.

A confermarlo è stato il protagonista più atteso di questa tornata elettorale, Gadi Eisenkot. Ex capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa israeliane, figura rispettata dell’establishment militare e fondatore del nuovo partito Yashar, Eisenkot viene indicato come il più credibile rivale di Benjamin Netanyahu. Eppure, nelle sue prime uscite pubbliche da candidato premier, il generale ha scelto di parlare il linguaggio della fermezza più che quello del cambiamento.

L’agenda dello sfidante del premier

Intervenendo al confine con Gaza, Eisenkot ha promesso che entro 18 mesi dalla sua eventuale elezione Hamas non governerà più la Striscia. Una dichiarazione che non lascia spazio a equivoci. L’ex comandante dell’esercito ha assicurato che l’ala militare del movimento islamista verrà distrutta, sia attraverso il piano elaborato dall’amministrazione Trump e già accettato dal governo israeliano, sia ricorrendo alle capacità operative delle Forze armate. Le critiche rivolte a Netanyahu non riguardano dunque l’intensità della guerra, bensì i risultati ottenuti. Secondo Eisenkot, il premier avrebbe fallito nel raggiungimento degli obiettivi annunciati. A tre anni dagli attacchi del 7 ottobre, ha sostenuto il generale, Hamas continua a controllare Gaza, resta armata e sarebbe persino impegnata nella ricostruzione delle proprie capacità militari.

La discontinuità di Eisenkot è sul metodo non sui contenuti

È una contestazione che colpisce il governo sul terreno dell’efficacia, non su quello della strategia. Il messaggio politico è palese. “Bibi” va sostituito non perché troppo duro, ma perché non abbastanza concreto. Una differenza cruciale che fotografa il profondo spostamento dell’opinione pubblica israeliana dopo il trauma degli attacchi del 2023. Anche quando ha prospettato una commissione d’inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre, l’ex militare non ha messo in discussione il “paradigma securitario” che domina il dibattito nazionale. Al contrario, ha rivendicato la sua esperienza alla guida delle istituzioni di sicurezza e si propone come il leader più adatto a dirigere Idf, Mossad e Shin Bet in una fase di conflitto prolungato.

L’azione trumpiana

In questo contesto si inseriscono le indiscrezioni pubblicate da Israel Hayom su una possibile iniziativa dell’amministrazione Trump per favorire la nascita di un governo di “unità nazionale”. Il progetto immaginerebbe una grande coalizione tra il Likud di Netanyahu e il partito di Eisenkot, con il premier destinato a restare in carica per un periodo limitato, fino a un massimo di due anni, prima di lasciare definitivamente la politica.

Il duplice obiettivo americano sarebbe quello di stabilizzare il quadro interno israeliano e creare le condizioni per una nuova fase diplomatica regionale, culminante nell’allargamento degli Accordi di Abramo e in una normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita. Stando alle indiscrezioni, l’ex capo di Stato Maggiore chiederebbe in cambio il ritiro programmato di Netanyahu, la cancellazione delle norme simbolo della contestata riforma della giustizia e una commissione statale d’inchiesta sul 7 ottobre.

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