“Il fuoco della conoscenza”
Lotta a tutela della democrazia. Il sovraffollamento delle classi e la carenza degli insegnanti è un problema che si ripresenta di anno in anno.
“L’ Istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo” affermava Nelson Mandela.
Le proteste che si stanno consumando sul suolo francese in queste settimane hanno nel profondo un solo obiettivo, richiamare l’attenzione su quanto l’istruzione sia il mezzo più potente per modellare il futuro e la società.
Prima che l’incendio divampasse nelle strade francesi, nelle scuole d’oltralpe covava un disagio che si alimentava anno dopo anno.
Il sovraffollamento delle classi, la carenza di insegnanti e la conseguente instabilità didattica sono sfociati nel deterioramento del rapporto alunno – insegnanti. A fare da cornice a questa decadenza, anche le mura delle scuole già sgretolate e divorate da una fatiscenza ormai quasi strutturale.
Non vi ricorda qualche aspetto delle nostre scuole?
Il vuoto di quasi 47.000 cattedre, per l’anno scolastico 2026/2027, genera caos.
Insegnanti costretti a rincorrere supplenze in tutto lo stivale e ragazzi, che in un’età già fragile, tentano di trovare stabilità nel loro percorso di apprendimento. A scricchiolare, oltre gli edifici scolastici, è la qualità della didattica stessa.
Un ruolo fragile
In un equilibrio così precario, a vacillare è anche il ruolo dell’insegnante stesso, sospeso tra due fuochi, da un lato lo scarso riconoscimento per il proprio lavoro, dall’altro il mancato rispetto da parte degli alunni nei confronti della sua figura istituzionale.
A rendere ancora più fragile la posizione dell’insegnante è ciò che accade dopo l’estenuante percorso per accedere alla cattedra, tra lunghe attese per i concorsi e pellegrinaggi per le supplenze. Una volta ottenuto l’agognato ruolo, l’insegnante è vittima di una mancata meritocrazia e di una scarsa incentivazione al miglioramento trovandosi, suo malgrado, dinanzi un appiattimento della valorizzazione.
Se non si investe nella figura dell’insegnante, fulcro centrale della conoscenza, come può l’istruzione tenere il passo con il dinamismo che caratterizza la nostra società?
Il reale problema consiste nel considerare l’istruzione come una voce di costo da ridurre anziché di un investimento a lungo termine sul futuro del Paese. Non è certo un caso che i paesi che stanno ottenendo maggiori progressi economici e sociali sono quelli che hanno creduto nel valore dell’istruzione.
L’istruzione negli altri paesi
Le indagini OCSE lo confermano, infatti, i paesi del Nord Europa (in testa Finlandia ed Estonia) hanno scelto di investire su tre fronti: la digitalizzazione della didattica e l’aggiornamento costante dei docenti, la valorizzazione economica della professione e l’equità territoriale che omologa le risorse destinate all’ istruzione.
Se l’Europa vuole restare unita, vuole competere con le potenze globali senza soccombere, deve agire in tempo, prendendo spunto dai focolai che stanno divampando, armonizzando l’istruzione verso standard di qualità comuni e investendo senza disparità tra i paesi membri.
Il progresso a cui ambire è quello costruttivo, la violenza è la bruta versione per imporsi ma non quella utile per riformare.
Il rischio concreto di un immobilismo è una folle corsa verso il privato, che rende accessibile l’istruzione di qualità solamente a chi può permettersela, sminuendo il valore della scuola pubblica. Lasciar bruciare l’istruzione significa condannarci al buio della ragione come nella sua opera Goya ammoniva.
Sarebbe un tradimento del principio su cui si fonda la democrazia europea ovvero l’uguaglianza di accesso alla conoscenza.
Perché è stata proprio quest’ultima, l’arma, come citava Mandela, con cui il Vecchio Continente ha costruito la sua identità basata sulle diversità e sulla convivenza pacifica.
Dimenticarlo significherebbe rinnegare l’Europa stessa.
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