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Cronaca

Sub italiani morti nella grotta, l’autopsia: senza ossigeno a sessanta metri

Sub italiani morti nella grotta, l'autopsia: senza ossigeno a sessanta metri

di Priscilla Rucco -


Sono rimasti senza aria a una sessantina di metri sotto la superficie, quando le bombole non potevano più garantire loro alcuna riserva. È questa la causa della morte dei cinque subacquei italiani che il 14 maggio scorso persero la vita esplorando una grotta sommersa nell’atollo di Vaavu, alle Maldive. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i consulenti incaricati dalla Procura di Busto Arsizio, su delega dei magistrati romani, hanno indicato per tutte le vittime la stessa causa: l’anossia, cioè l’assenza completa di ossigeno.

Gli esami autoptici si erano svolti il 25 e 26 maggio all’ospedale di Gallarate, nel Varesotto, scelto perché le salme erano rientrate in Italia attraverso Malpensa. Al medico legale Luca Tajana e alla tossicologa Cristiana Stramesi, entrambi dell’Università di Pavia, si è affiancato Luciano Ditri, esperto di medicina subacquea e dello sport. Per i familiari, che attendono risposte da quasi cinque mesi, il responso medico-legale rappresenta soltanto un primo doloroso tassello.

Escluse tutte le altre ipotesi

Gli accertamenti hanno permesso di scartare diverse piste. Sui corpi non sono state trovate ferite compatibili con l’aggressione degli squali che popolano quella zona, né traumi legati ad un incidente. Anche gli esami tossicologici, che avrebbero potuto rivelare sostanze capaci di causare uno svenimento, hanno dato esito negativo. Resta così in primo piano l’ipotesi del disorientamento: il gruppo potrebbe infatti aver smarrito la via del ritorno all’interno delle gallerie.

Già a maggio i sommozzatori finlandesi che, con il coordinamento di Dan Europe, avevano riportato in superficie le vittime, avevano descritto uno scenario simile: la sabbia smossa avrebbe nascosto il passaggio verso l’uscita, spingendo i sub in un cunicolo senza sbocco. Proprio nella camera più interna della cavità sono rinvenuti quattro dei cinque corpi, senza segni di intrappolamento. In ambienti bui e stretti, dove la visibilità può annullarsi in pochi istanti, anche un errore di pochi metri rischia di diventare fatale.

Le vittime

A morire – lo ricordiamo – sono stati Monica Montefalcone, 51 anni, docente di ecologia all’Università di Genova, la figlia Giorgia Sommacal, 22 anni, il biologo marino Federico Gualtieri, 31 anni, di Omegna, e la ricercatrice Muriel Oddenino, 31 anni, di Poirino, nel Torinese. Con loro è morto anche l’istruttore Gianluca Benedetti – trovato il giorno stesso della tragedia vicino all’ingresso della grotta.

Il gruppo era partito dallo yacht Duke of York, sul quale viaggiavano altri venti italiani rimasti illesi. Le operazioni di recupero erano state drammatiche: durante il primo tentativo era morto Mohamed Mahudhee, sommozzatore delle forze armate maldiviane, colpito da una grave malattia da decompressione. Sulla sua morte le autorità di Malé hanno aperto un’indagine distinta.

L’inchiesta a Roma

Le conclusioni definitive dei consulenti arriveranno solo dopo l’esame dell’attrezzatura recuperata: bombole, computer subacquei, strumenti da polso e le telecamere GoPro ritrovate nella grotta. Saranno questi dati a stabilire per quanto tempo i sub siano rimasti in profondità e quale percorso abbiano seguito. Gli inquirenti devono inoltre verificare come siano state caricate le bombole.

Le norme maldiviane fissano a 30 metri il limite delle immersioni ricreative e, secondo il portavoce della presidenza, il gruppo, impegnato in attività di ricerca, era autorizzato a scendere fino a 50.

La legale della società che gestiva l’imbarcazione ha riferito che a bordo c’erano soltanto bombole ad aria da 11 o 13 litri, pensate per l’uso ricreativo e in grado di assicurare, a quelle quote, un’autonomia di pochi minuti.

L’organizzazione del tour operator

Il tour operator italiano che aveva organizzato il viaggio ha invece negato, tramite il proprio avvocato, di aver autorizzato un’immersione così profonda. Chi abbia deciso profondità e attrezzatura è uno dei dubbi che i magistrati dovranno chiarire, anche attraverso la rogatoria già avviata con le autorità di Malé.

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