Il giallo delle prove del caso di Garlasco distrutte nel 2016, sei anni prima del via libera dei giudici
La vicenda è emersa quando la Procura di Pavia, nell’ambito della nuova indagine sul delitto di Chiara Poggi, ha chiesto al Ris di Parma di ricostruire lo storico degli eluiti e, in particolare, quello relativo alla cosiddetta impronta 33
Si apre un nuovo capitolo sul caso di Garlasco: le prove relative al delitto di Chiara Poggi distrutte prima dell’autorizzazione dei giudici. Gli “eluiti”, ovvero le soluzioni liquide ottenute dall’estrazione delle tracce biologiche analizzate nell’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi, sarebbero stati distrutti nel maggio del 2016. Sei anni prima del via libera dell’autorità giudiziaria allo smaltimento dei reperti ancora sotto sequestro. È quanto emerge dagli approfondimenti condotti nell’ambito della nuova inchiesta della Procura di Pavia. A disporre lo smaltimento sarebbe stato l’allora colonnello del Ris di Parma Marino, secondo quanto riferito da due militari in servizio all’epoca. Nel 2007 era stato lo stesso Ris a mettere a verbale che tutti gli eluiti sarebbero stati conservati e successivamente messi a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Lo smaltimento nel maggio 2016
La vicenda è riemersa quando la Procura di Pavia, nell’ambito della nuova indagine sul delitto di Chiara Poggi, ha chiesto al Ris di Parma di ricostruire lo storico degli eluiti e, in particolare, quello relativo alla cosiddetta traccia 33. Dagli accertamenti sarebbe emerso che una serie di eluiti venne smaltita nel maggio del 2016. Quindi, pochi mesi dopo la sentenza definitiva con cui la Cassazione, il 12 dicembre 2015, aveva confermato la condanna di Alberto Stasi. Circostanza confermata dal comandante del Ris Matteo Donghi. Il punto da chiarire riguarda però l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria e il lasso temporale rispetto ai successivi provvedimenti dei giudici. Solo nel settembre 2021 la Corte d’Assise d’Appello dispose infatti la distruzione di una serie di reperti ancora sotto sequestro nell’ambito del procedimento per l’omicidio di Chiara Poggi.
Il via libera dei giudici arriva anni dopo
La difesa di Alberto Stasi si oppose, chiedendo che alcuni materiali venissero conservati. Nel gennaio 2022 la Corte autorizzò però la distruzione, disponendo anche la restituzione delle biciclette a Stasi. L’autorizzazione allo smaltimento arrivò nel febbraio dello stesso anno. Gli eluiti, secondo la ricostruzione oggi al vaglio degli inquirenti, erano però già stati distrutti nel maggio 2016, sei anni prima. Tra questi, anche quello relativo all’impronta 33? Al momento questo elemento resta da accertare. Ed è proprio la ricostruzione dello storico di quella traccia ad aver portato la Procura a chiedere nuovi approfondimenti al Ris. La questione assume rilievo perché gli eluiti rappresentano il prodotto dell’estrazione effettuata sulle tracce biologiche e possono quindi costituire materiale utile per eventuali successive analisi genetiche, compatibilmente con quantità, stato di conservazione e caratteristiche del campione.
Nuovi interrogativi sui reperti di Garlasco
Il destino dei reperti distrutti si aggiunge così alle questioni che la nuova inchiesta sta facendo emergere sulla gestione delle prove e delle analisi effettuate durante le prime indagini sul delitto di Garlasco. La Procura sta cercando ora di ricostruire con precisione cosa sia stato conservato, cosa sia stato distrutto, quando siano avvenuti gli smaltimenti e sulla base di quali disposizioni. Resta soprattutto da chiarire se la distruzione del maggio 2016 abbia coinvolto anche l’eluito della traccia 33. Un elemento che potrebbe risultare decisivo per comprendere quali materiali dell’indagine del 2007 siano ancora disponibili per nuovi accertamenti e quali, invece, siano andati definitivamente perduti.
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