L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cronaca

La saga Picchio continua: arriva la querela, e intanto il conto lo paga il creditore

Paolo Picchio, dalla Fondazione Carolina alle querele. Perchè sull'onestà non si deve scherzare.

di Alberto Filippi -


Vi avevamo lasciati con Mina e il suo “domani, domani, domani”, colonna sonora perfetta per una storia fatta di promesse rinviate. Riprendiamo da lì, perché nel frattempo quei domani sono diventati quasi un anno. Quasi un anno di rassicurazioni, scritte e ripetute con puntualità svizzera almeno una volta alla settimana. Quasi un anno in cui Paolo Picchio ha fatto esattamente questo: niente. Zero. Mentre il debito, tra capitale e spese, ha superato i 200 mila euro e resta lì, nero su bianco, con un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo mai onorato.

Lo ripeto, come ho sempre fatto: questa storia la racconto da parte in causa, perché il creditore sono io. Ed è proprio per questo che ogni riga è documentata. Chi scrive di una vicenda che lo riguarda non può permettersi il lusso dell’approssimazione.

La novità è una sola, ma pesa: Paolo Picchio è stato querelato. Ha guadagnato quasi un anno, e bisogna riconoscergli un certo talento nel prendere tempo, ma la querela è partita. Ora la parola passa alla Procura e, con ogni probabilità, alle aule di giustizia. Lì, immagino, non sarò più l’unico giornalista a raccontare questa vicenda: la notorietà del personaggio non è di secondo piano, e certe storie, una volta varcata la soglia di un tribunale, smettono in fretta di essere private.

In questi mesi, del resto, la vicenda non è rimasta ferma. Si è arricchita. Sono comparsi dei comprimari, chiamiamoli così, che hanno avuto un ruolo prezioso: aiutare a guadagnare tempo. E lo hanno fatto offrendo garanzie, le più disperate e le più disparate. Titoli bancari per mezzo milione di euro, nientemeno, proposti con l’accompagnamento di un professionista iscritto all’albo. Esiste, è ben identificato, e per il momento non ne facciamo il nome, ma di quella proposta dovrà rispondere anche lui nelle sedi opportune. E non parliamo per sentito dire: la documentazione di quei titoli ce l’abbiamo in mano. Titoli che, alla luce di quelle carte, riteniamo falsi. Carta che non si vende, non si incassa e non garantisce nulla. Cartastraccia con la cravatta.

E poi i quadri. In questa storia, cominciata con un quadro, i quadri tornano sempre. Ne sono stati proposti diversi a garanzia del debito. Peccato che sulla loro autenticità ci sarebbe molto, moltissimo da dire, e chi ha letto i capitoli precedenti sa già perché. Il sospetto, concreto, è quello di una truffa nella truffa: coprire un debito nato da un’opera contestata con altre opere sulle quali gravano gli stessi dubbi. Una matrioska, ma di tela.

Ai danni già raccontati se ne aggiunge un altro, e qui la storia smette di riguardare solo Picchio e comincia a riguardare tutti noi. C’è un’imposta di circa 15 mila euro che avrebbe dovuto pagare lui. Ma una norma che definire ridicola è un complimento consente allo Stato di chiederla in solido anche al creditore. Tradotto: invece di stare dalla parte di chi è stato ingannato, di chi aspetta i propri soldi, di chi ha rispettato le regole, lo Stato si rivale proprio su di lui. Il debitore non paga? Paga il creditore. È la beffa che si aggiunge al danno, ed è una beffa da 15 mila euro.

Ci torneremo, perché il tema va ben oltre questa vicenda. Ovunque ci si giri si trova uno Stato che, anziché difendere il cittadino, si traveste da sceriffo di Nottingham e toglie a chi ha già perso. Viene in mente “Non ci resta che piangere”, con Benigni e Troisi che a ogni passaggio della frontiera si sentono ripetere dal gabelliere sempre la stessa domanda, chiusa dalla stessa sentenza: “Un fiorino!”. Il creditore italiano vive così: ogni volta che prova a passare, qualcuno gli chiede un fiorino. Con la differenza che al cinema si ride.

Ma torniamo a Paolo Picchio. Per anni ha girato l’Italia in lungo e in largo, tra conferenze, scuole, palchi e trasmissioni. È stato una delle figure di punta della Fondazione Carolina, e qui lo ribadiamo con la massima chiarezza: una fondazione virtuosa e lodevole, che svolge un lavoro prezioso contro il cyberbullismo e che con questa vicenda non c’entra nulla. Prendiamo atto, e con favore, che la Fondazione ha preso le distanze e che, dopo la pubblicazione del nostro primo articolo, ha chiesto e ottenuto le dimissioni di Picchio dalla presidenza.

Perché sull’onestà non si scherza. Sui valori non si scherza. E approfittare della bontà, della generosità e della fiducia del prossimo, di questi tempi, non può essere accettato. Le ingiustizie sono già troppe, ed è ora di dire basta e di denunciarle anche quando sono piccole. Figuriamoci quando sul tavolo ci sono oltre 200 mila euro, quadri dall’autenticità contestata, titoli bancari che riteniamo falsi e di cui possediamo la documentazione, professionisti iscritti agli albi coinvolti e quasi un anno di rassicurazioni scritte, puntuali, settimanali e sistematicamente disattese.

Ora le cose potranno evolvere, e in fretta. Perché questa storia, lo diciamo chiaramente, non finisce con Paolo Picchio. Nei prossimi capitoli cominceremo a fare luce su chi, a nostro giudizio, in questa vicenda non è stato un semplice spettatore. Su quelli che riteniamo possano essere stati complici, se non addirittura co-artefici, di quella che consideriamo una truffa di proporzioni importanti. Non parliamo di comparse. Parliamo di persone note, che frequentano altre fondazioni e i corridoi della politica italiana. Persone che di recente abbiamo visto in televisione e su molti siti, vicine a personaggi pubblici di primo piano e a opinion leader. Persone abituate a stare sotto i riflettori. Presto ci staranno anche per questo.

Tutto questo, beninteso, dovrà essere accertato dalla magistratura, e fino a sentenza vale per tutti la presunzione di innocenza. Ma i fatti documentati restano fatti, e il giudizio morale non ha bisogno di aspettare tre gradi di giudizio.

Signor Picchio, l’Italia l’ha conosciuta per una tragedia che ha spezzato il cuore di tutti: la morte di sua figlia. E ogni promessa tradita, ogni garanzia di carta, ogni quadro dubbio, a mio modo di vedere non le fa certo onore.

Ad ogni buon conto ora arriveranno i tribunali. Ma lassù c’è già un altro giudice che la sta giudicando. E quello, di domani, non ne concede.

PER TUTTE LE NEWS DI CRONACA


Torna alle notizie in home