L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

Netanyahu usa il caso FlyDubai per rilanciare la narrativa dell’assedio

L'emergenza diventa propaganda elettorale

di Ernesto Ferrante -


Benjamin Netanyahu non ha aspettato molto. Nel videomessaggio diffuso dopo l’emergenza sul volo FlyDubai partito da Dubai e diretto a Tel Aviv, il premier ha parlato di un pilota che “ha accoltellato l’altro” e ha “tentato di far schiantare l’aereo con i passeggeri a bordo”. Una ricostruzione drammatica, calibrata per evocare la “catastrofe evitata” e trasformare un episodio ancora in fase di accertamento in un nuovo tassello della narrativa dell’assedio. È il riflesso di un premier che, sotto pressione per le negligenze del 7 ottobre 2023 e per la crisi di fiducia che ne è seguita, intravede in ogni emergenza l’occasione per riposizionarsi come unico garante della sicurezza nazionale.

La scelta dei termini risponde a una precisa strategia

Netanyahu ha raccontato di aver parlato con un passeggero israeliano, di una “spirale” improvvisa, della cabina di pilotaggio raggiunta “in qualche modo”, del pilota ferito e dell’altro “che tentava di sabotare i sistemi dell’aereo”. Ha lodato gli “eroi” che avrebbero neutralizzato l’aggressore e stabilizzato il velivolo, atterrato poi a Tabuk, in Arabia Saudita, dove il pilota sospettato è stato arrestato.

Channel 12 ha aggiunto un elemento decisivo. A bordo vi era una seconda squadra di piloti in abiti civili, passeggeri che avrebbero impedito il dirottamento. Un alto funzionario israeliano ha dichiarato alla testata che, senza di loro, l’incidente avrebbe potuto avere “un epilogo simile agli attentati dell’11 settembre 2001 o alla presa di ostaggi di Entebbe del 1976”. Un paragone estremo, che colloca l’episodio nella dimensione del trauma nazionale e che contribuisce a costruire un clima di paura funzionale alla leadership del premier. La leva emotiva è evidente. Si evoca lo spettro del terrorismo globale per consolidare il consenso interno.

Ben Gvir alza il tiro con la consueta ferocia

Se Netanyahu ha scelto la via della drammatizzazione istituzionale, Itamar Ben Gvir ha imboccato quella della provocazione ideologica. Su X il ministro della Sicurezza Nazionale ha scritto che “l’ingenua convinzione che i nostri nemici siano pacifici” è stata smentita dal presunto attentatore, definito “Satana”, e ha invocato la “vittoria assoluta in Iran, Libano, Gaza e Giudea e Samaria”. Toni che ignorano deliberatamente il crescente isolamento internazionale di Israele, sotto scrutinio per le operazioni a Gaza, le incursioni in Cisgiordania e gli sconfinamenti in Libano e Siria. Ben Gvir ha rilanciato ancora una volta la retorica violenta della guerra totale.

La situazione dei voli

La ministra dei Trasporti Miri Regev ha chiesto la sospensione dei voli FlyDubai verso Israele e un’indagine sugli Emirati Arabi Uniti, accusati di aver violato l’accordo sull’aviazione. Una mossa che colpisce direttamente uno dei simboli degli Accordi di Abramo. FlyDubai è stata la prima compagnia a stabilire un collegamento diretto tra Dubai e Tel Aviv nel 2020, aprendo una nuova stagione di normalizzazione diplomatica e commerciale.

La reazione israeliana ha già prodotto effetti economici. El Al ha annunciato voli speciali per riportare a casa gli israeliani all’estero e ha aperto una linea WhatsApp dedicata alle prenotazioni. Il titolo della compagnia è salito di oltre il 7%, segno che la crisi è stata immediatamente metabolizzata dal mercato come opportunità.

Il calcolo del premier israeliano

Il punto politico è un altro. Netanyahu ha trasformato un episodio ancora da chiarire in un monito nazionale, evocando scenari apocalittici. È la stessa dinamica già vista dopo il 7 ottobre, con la paura come strumento di mobilitazione, l’emergenza come terreno per ricompattare un elettorato frammentato e la minaccia come linguaggio politico. In vista delle elezioni, un clima di “accerchiamento” potrebbe favorire il premier, che punta a presentarsi come l’uomo forte in grado di evitare il peggio.

La vicenda FlyDubai, con il suo carico simbolico legato agli Accordi di Abramo, diventa così un episodio perfetto per rilanciare la tesi della vulnerabilità nazionale e della necessità di una guida inflessibile. Una strategia che potrebbe funzionare, ma che rischia di trascinare lo Stato ebraico in una spirale di tensione permanente, dove ogni crisi si tramuta in un’occasione per stabilizzare il potere.


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