Protesi al pene a spese della sanità pubblica, l’inchiesta choc ad Agrigento
Cinque medici indagati, più di cento operazioni a spese dello Stato
Un’inchiesta sui generis, diciamo così, ha permesso di scoprire la “cricca” delle protesi al pene: cinque medici finiscono nei guai ad Agrigento. L’indagine, coordinata dal pubblico ministero Alessia Battaglia riguarda il presunto utilizzo, che sarebbe stato ovviamente indebito, di fondi pubblici per coprire le operazioni di allungamento del pene. Eseguite (e quindi pagate) a carico del servizio sanitario nazionale. Il problema, che non è certo banale e da cui anzi è scaturita l’indagine, sta tutto qui.
La cricca delle protesi al pene: cinque indagati ad Agrigento
L’inchiesta è partita dai social. Già, perché c’erano addirittura delle “promozioni” che invogliavano i pazienti e recarsi ad Agrigento per farsi impiantare le protesi peniene. Una campagna pubblicitaria che, evidentemente, ha avuto fin troppo successo. Tanto da far drizzare le antenne della magistratura. Partite le indagini, si son scoperte quasi un centinaio di operazioni sospette. Interventi, naturalmente, svolti nel corso di alcuni anni. Tutti a carico del Ssn. Ma l’impianto non è gratuito e si tratta, anzi, di operazioni a pagamento.
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La protesi che non paga il servizio pubblico
Non è certo una questione di fino. È semplicemente che l’impianto delle protesi al pene, il cui costo è stimato in circa 8mila euro, non è previsto tra le spese a carico del Servizio sanitario nazionale. Solo in alcuni casi specifici, come per esempio in quello dei malati oncologici, si può procedere a carico della sanità pubblica. Ma i pazienti coinvolti negli interventi, a quanto sarebbe emerso dalle indagini, non avrebbero avuto i requisiti utili ad accedere alla gratuità degli interventi. Per questo, cinque medici – tra cui tre primari dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento – sono finiti sotto indagine.
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