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Attualità

Sanità vaticana: un impero con lo scudo dell’immunità

Dallo scandalo del Bambin Gesù a quello di San Giovanni Rotondo

di Angelo Vitale -


Le mura leonine non proteggono solo la spiritualità, ma il vero e proprio impero clinico-finanziario della “sanità vaticana” che sta però mostrando crepe sempre più profonde.

Da San Giovanni Rotondo a Roma

Il recente terremoto che ha colpito la Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, con un buco di bilancio stimato tra i 108 e i 250 milioni di euro, ha costretto papa Leone XIV a intervenire d’autorità, firmando un chirografo per esautorare i vertici e commissariare la struttura.

Un cratere finanziario che non è un caso isolato. Il sintomo di una “sanità vaticana” che opera come una potente cassaforte di eccellenze mediche e, al contempo, di scandali gestionali. Protetta da uno scudo giuridico che la rende impermeabile alle ispezioni dello Stato pur attingendo in maniera copiosa alle sue casse.

La vicenda della struttura pugliese ha svelato una realtà parallela fatta di benefit amministrativi da 300mila euro al mese e promozioni interne definite dai sindacati “miracolose”: ausiliari trasformati in dirigenti, segretarie con stipendi da primario mentre il deficit cresceva nell’ombra.

Una circostanza che ha spinto il Vaticano a parlare apertamente di necessità di estirpare “malagestione e interessi personali”. Con oltre 2.600 dipendenti e 50 milioni di euro di debiti verso i soli fornitori farmaceutici, l’ospedale fondato dal Santo di Pietrelcina è diventato l’emblema di come l’assenza di vigilanza possa trasformare una missione caritatevole in un dissesto sistemico.

L’ombra della mala gestione sulla sanità vaticana

La “mala gestione” non aveva risparmiato nemmeno il fiore all’occhiello della pediatria mondiale. L’inchiesta dell’Associated Press pubblicata nel 2017 aveva squarciato il velo sulla gestione dell’Ospedale Bambino Gesù.

Un’indagine interna vaticana, rimasta segreta fino allo scoop giornalistico, avrebbe denunciato che la missione era andata perduta in favore di una massimizzazione del fatturato. I dati clinici riportati, drammatici: carenze igieniche e sovraffollamento dei reparti avevano favorito la proliferazione di super-batteri, causando la morte di 8 bambini nel solo reparto oncologico.

Per abbattere i costi e aumentare i rimborsi regionali, acquistati aghi scadenti che si spezzavano nelle vene dei neonati, i piccoli pazienti svegliati bruscamente dall’anestesia per accelerare il ricambio delle sale operatorie. I vertici del Bambin Gesù rivendicarono poi un cambio di rotta citando i successi scientifici e l’accreditamento internazionale.

La Santa Sede non confermò mai i fatti, scegliendo una ammissione parziale e selettiva, innanzitutto riguardo ai “problemi di gestione” sollevati. Il punto di rottura del sistema, da sempre, risiede nell’immunità ispettiva.

Lo scudo della “immunità”

Grazie ai Patti Lateranensi, la sede del Bambino Gesù al Gianicolo gode del regime di extraterritorialità, rendendo l’istituzione – finanziata dai contribuenti italiani immune alle ispezioni a sorpresa.

Ex ispettori dell’Agenas avrebbero confermato di non aver mai potuto effettuare ispezioni nella struttura vaticana. Nei corridoi della Regione Lazio si ammette a bassa voce l’impossibilità per l’ente pubblico di verificare standard e distribuzioni interne, poiché l’ospedale risponde solo ai propri regolamenti e non alla sovranità italiana. Questa asimmetria crea un paradosso istituzionale non da poco.

Mentre un ospedale pubblico come il Monaldi di Napoli subisce ispezioni immediate e sospensioni dei programmi dopo un trapianto finito tragicamente, le strutture vaticane restano protette da uno scudo diplomatico. Poi, succede che, nonostante l’indipendenza dai controlli dello Stato, la sanità vaticana è un beneficiario privilegiato di flussi finanziari pubblici in costante aumento.

I numeri del peso economico sono imponenti

La Legge di Bilancio successiva al Decreto-Legge 110/2025 ha innalzato il tetto del finanziamento statale annuo per il Bambino Gesù da 20 a 70 milioni di euro a partire dal 2025.

E lo Stato ha avviato la cessione del complesso monumentale dell’ex Forlanini al Vaticano per espandere l’ospedale entro il 2030. Un’area di 18 ettari valutata appena 70 milioni di euro. Una cifra da taluni considerata irrisoria. Una ristrutturazione che sarà pagata dall’Inail con un investimento pubblico stimato tra i 400 e i 600 milioni di euro. Cifra che taluni rilevazioni spingono fino a 800 milioni di euro.

Le scene di un quadro di insieme che prevede – se ne discute da decenni – esenzioni Iva, Imu e Irpef.

Il cortocircuito di un sistema

Un sistema che per decenni lo Stato ha alimentato e tuttora conforta. Fino a operazioni come quella del Forlanini, definite dai critici una vera “cessione di sovranità territoriale”. Peraltro a discapito dei poli pubblici vicini, come il San Camillo.

Risorse per un’enclave sì di eccellenza ma che spende soldi degli italiani rispondendo solo al diritto canonico. In questo scenario, il confine tra carità cristiana e impresa aziendale sempre più labile. La sanità vaticana, un soggetto a sostentamento pubblico ma a zero trasparenza. una questione di equità.

È ancora tollerabile che milioni di euro dei cittadini italiani alimentino strutture dove lo Stato non può nemmeno varcare la soglia per un controllo igienico?


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