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Economia

La Sicilia e il miraggio del Pil record: dissociazione dalla realtà

La narrazione trionfalistica dell’Act Tank Sicilia dipinge un’Isola locomotiva d’Italia. Cosa si nasconde dietro le acrobazie statistiche

di Giovanni Mauro -


La narrazione trionfalistica dell’Act Tank Sicilia dipinge un’Isola locomotiva d’Italia. Ma dietro le acrobazie statistiche e le metriche ‘dopate’ si nasconde l’ennesimo inganno ai danni dei cittadini.
Nel teatro della propaganda economica, la tentazione di piegare la statistica alla narrazione politica è antica. Ma il comunicato stampa diffuso a Palermo in occasione del Forum Act Tank Sicilia supera la soglia della ragionevolezza. Definire la Sicilia «prima in Italia per crescita del PIL dal pre-Covid» non è solo una forzatura: è una ricostruzione della realtà che rischia di offendere chi in Sicilia vive, lavora o cerca faticosamente di non emigrare. E sono proprio i dati emersi dai lavori del Forum tenutosi venerdì 29 ottobre al Castello Utveggio di Palermo a dimostrarlo.

Dentro le carte: scambiare inflazione per ricchezza

Il castello di carte concettuale edificato a Castello Utveggio si regge su una serie di acrobazie contabili che meritano di essere svelate. Il primo e più evidente trucco riguarda la tanto decantata crescita del PIL a prezzi correnti (+25,5% tra il 2019 e il 2024). Esaltare un dato a prezzi correnti significa scambiare l’inflazione per ricchezza. Negli ultimi tre anni, l’aumento del costo della vita, dell’energia e dei beni primari ha gonfiato il valore nominale dei consumi, impoverendo al contempo le famiglie. Presentare l’effetto dei rincari come un “primato di crescita” è una mistificazione da manuale.

Dentro l’aumento del Pil

Non va meglio se si analizza il dato reale. L’aumento del PIL (+1,8% nel 2024 e +9,3% dal 2019) non è il frutto di un rinascimento industriale, di un’esplosione dell’innovazione o di una ritrovata competitività dei mercati. È la conseguenza diretta dell’immissione massiccia e irripetibile di spesa pubblica straordinaria: il PNRR, la coda del Superbonus 110% nell’edilizia e i fondi di coesione europea. Trattasi di spesa “dopante” a tempo determinato, un’iniezione di liquidità che non ha scalfito i problemi strutturali della regione. Quale sarà il tasso di crescita quando l’effetto del PNRR svanirà e il debito pubblico presenterà il conto?
Ma è sul fronte del lavoro che il racconto trionfale sfocia nella farsa. Citare con enfasi un incremento del tasso di occupazione del «+14,9%» tra il 2019 e il 2025 serve solo a nascondere una realtà impietosa attraverso un banale effetto ottico: quando si parte dal fondo della classifica, anche pochi decimali in più generano variazioni percentuali altisonanti.

Occupazione, i numeri reali

I numeri veri, quelli assoluti contenuti nello stesso report, smentiscono la favola dell’Isola dinamica:
Tasso di occupazione complessivo al 47,3%: Meno di un siciliano su due in età lavorativa ha un impiego. Oltre la metà della popolazione attiva è fuori dal mercato o sommersa.
Occupazione femminile al 34,6%: Un dato da penultimo posto in Italia, che confina due donne su tre all’inattività o alla dipendenza economica. NEET al 22,8%: Quasi un quarto dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non si addestra. La Sicilia è prima in Italia, sì, ma per dispersione e rassegnazione giovanile. In quale economia sana al mondo un territorio con questi indicatori sociali può definirsi “in forte accelerazione”? Parlare di “hub energetico del Mediterraneo” o di “sviluppo industriale” mentre le infrastrutture idriche crollano, la rete viaria secondaria è a pezzi e i giovani laureati continuano la fuga di massa verso il Nord Europa appare come un esercizio di autosuggestione elitaria.

Alla Sicilia servono diagnosi spietate non report patinati

La Sicilia non ha bisogno di report patinati, cattedre celebrative ed “equivalenze contabili” volte a compiacere la politica di turno. Ha bisogno di una diagnosi spietata dei propri mali. Continuare a raccontare la favola della regione “locomotiva d’Italia” serve solo a ritardare le riforme strutturali e a consolare una classe dirigente incapace di trasformare le risorse pubbliche in vera occupazione produttiva e duratura.

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