Scioperi a raffica, il conto lo pagano sempre gli stessi
Il diritto costituzionale allo sciopero va tutelato. Ma quando le astensioni si susseguono diventa legittimo interrogarsi
Lo sciopero è un diritto. Non una concessione dello Stato, non una gentile autorizzazione della politica, ma una prerogativa costituzionalmente garantita dall’articolo 40 della Carta. Guai a dimenticarlo. Ma proprio perché si tratta di uno strumento fondamentale di tutela dei lavoratori, dovrebbe essere usato con il peso, la misura e la credibilità che derivano dalla sua importanza. È qui che si apre una questione sempre meno eludibile. Negli ultimi mesi si è assistito a una crescente sistematicità nel ricorso allo sciopero generale o nazionale, spesso promosso dalle stesse sigle sindacali e sostenuto da realtà associative che gravitano nell’orbita politica e culturale del centrosinistra. Una sequenza di mobilitazioni che, al di là delle singole rivendicazioni, sembra assumere i contorni di una campagna permanente di contrapposizione al governo Meloni.
Naturalmente ogni organizzazione ha il diritto di contestare l’esecutivo e di mobilitare i lavoratori. Tuttavia, quando la protesta diventa quasi una ritualità politica e lo sciopero si trasforma in uno strumento ordinario di battaglia contro la maggioranza di turno, è inevitabile porsi una domanda: siamo ancora di fronte a una forma estrema di tutela sindacale o a un meccanismo che finisce per intrecciarsi sempre più con le dinamiche della competizione elettorale? La questione diventa ancora più rilevante quando si osservano i numeri.
In attesa dei dati ufficiali sull’adesione allo sciopero nazionale indetto ieri da alcune sigle sindacali autonome, l’Ufficio studi della Cgia Mestre stima che l’astensione dal lavoro possa essere costata al sistema Paese fino a 817 milioni di euro. E se ai costi diretti si aggiungono quelli indiretti, il conto potrebbe avvicinarsi alla soglia di un miliardo di euro. Cifre che non rappresentano soltanto una perdita astratta nei bilanci nazionali. Dietro quei numeri ci sono aziende che rallentano la produzione, lavoratori che perdono una quota di retribuzione, servizi pubblici che funzionano a singhiozzo, appuntamenti rinviati, visite mediche cancellate, trasporti interrotti e cittadini costretti a riorganizzare la propria giornata.
La stessa Cgia sottolinea come il danno economico di uno sciopero non si esaurisca nelle ore di lavoro perse. Spesso è il semplice annuncio della mobilitazione a produrre effetti immediati, inducendo utenti e imprese a modificare programmi, spostamenti e attività. Una catena di conseguenze che genera minore produttività e, inevitabilmente, minori entrate fiscali e contributive. Nel settore sanitario l’impatto è ancora più evidente. In un Servizio sanitario nazionale che eroga mediamente milioni di prestazioni ogni giorno, ogni interruzione comporta costi organizzativi aggiuntivi, riprogrammazioni e un inevitabile allungamento delle liste d’attesa. A pagarne il prezzo più alto sono, come sempre, i pazienti più fragili, quelli che hanno meno strumenti e meno alternative.
Le aree economicamente più dinamiche del Paese risultano inevitabilmente le più colpite. Ipotizzando un tasso di adesione del 20 per cento, la Lombardia sarebbe la regione che sopporta il danno maggiore, con quasi 194 milioni di euro di produttività persa. Seguono Lazio, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. È il cuore produttivo dell’Italia che rallenta e che presenta il conto. Ed è proprio qui che emerge il nodo politico della vicenda.
Ogni sciopero ha una sua legittimità. Nessuno dovrebbe metterlo in discussione. Ma altrettanto legittimo è chiedersi se il moltiplicarsi delle giornate di mobilitazione non stia producendo l’effetto paradossale di trasformare uno strumento eccezionale di pressione sociale in un appuntamento quasi ordinario della lotta politica. Il rischio è duplice. Da un lato si finisce per banalizzare il valore stesso dello sciopero, depotenziandone la forza simbolica. Dall’altro si scarica l’intero costo della contrapposizione tra governo e opposizioni sulla maggioranza dei cittadini, una categoria che non partecipa alla disputa.
Perché alla fine, mentre partiti, sindacati e associazioni misurano il successo della mobilitazione in termini di consenso, adesioni e visibilità mediatica, c’è un Paese che continua a fare i conti con treni cancellati, visite rinviate, uffici rallentati, aziende ferme e giornate perdute. Il paradosso è tutto qui. Nella battaglia politica permanente, i protagonisti rivendicano diritti e ragioni. I costi, invece, restano sempre in capo agli stessi contribuenti.
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