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Politica

Primarie senza campo: il Pd corre da solo. Ammesso che alla fine la competizione si svolga

di Eleonora Manzo -

La segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, alla direzione nazionale del partito al Nazareno, Roma, 13 aprile 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI


Nel Partito democratico le primarie restano un totem: si evocano, si difendono, si celebrano. Ma sempre più spesso sembrano una risposta precisa a una domanda sbagliata. Perché il punto, oggi, non è come scegliere il leader di un ipotetico ‘campo largo’, ma capire se questo campo esista davvero o sia solo una suggestione lessicale buona per tenere insieme ciò che, nei fatti, continua a sfuggire.

Il sondaggio Youtrend incorona Elly Schlein, e questo chiude – almeno per ora – ogni discussione interna. Il Pd ha una guida, un volto, una linea. Bene. Ma fuori dai confini del partito, il panorama è quello di una compagnia che prova a mettere in scena uno spettacolo senza aver deciso il copione. Le primarie di coalizione, in questo contesto, rischiano di essere poco più che una prova generale senza debutto.
Il ‘campo largo’ viene evocato come un destino inevitabile, quasi naturale. Peccato che, a guardarlo da vicino, somigli più a un mosaico incompleto: tessere che non combaciano, leader che si parlano a distanza, alleati potenziali che preferiscono tenersi le mani libere. Ognuno disponibile, certo. Ma sempre ‘a certe condizioni’, che puntualmente non coincidono mai con quelle degli altri.

E così le primarie diventano una sorta di riflesso condizionato: se c’è una coalizione, allora servono. Ma qui la coalizione è ancora un’ipotesi, e nemmeno troppo definita. Si procede per dichiarazioni, per aperture prudenti, per distinguo. Tradotto: nessuno vuole davvero rompere, ma neanche legarsi troppo. Un campo largo, sì, ma con le distanze di sicurezza.
In questo scenario, le parole dell’esponente del Pd Lorenzo Guerini suonano quasi come una doccia fredda. Senza entrare nei tecnicismi, il messaggio è semplice: non è affatto scontato che il contesto cambi al punto da rendere centrali queste benedette primarie. Non sappiamo se il governo riuscirà a portarsi a casa la riforma della legge elettorale. E allora il rischio è di discutere animatamente di uno strumento senza aver ancora chiarito lo scopo. Un po’ come litigare sul colore delle tende in una casa che non si è ancora deciso di costruire.

Schlein può permettersi di osservare la scena da una posizione di relativa tranquillità: i numeri la premiano, il partito la segue. Ma il paradosso è proprio questo: più la leadership dem si consolida, più emerge il vuoto attorno. Perché un leader di coalizione ha senso se esiste una coalizione. Altrimenti è solo il leader di un partito che spera, prima o poi, di allargarsi.
Il risultato è un dibattito che gira su se stesso, tra richiami all’unità e pratiche divisioni. Il campo largo resta una parola d’ordine più che un progetto, una prospettiva più che una realtà. E le primarie, in questo contesto, rischiano di essere l’ennesimo rito consolatorio: partecipato, democratico, persino appassionante. Ma sempre più scollegato da una domanda di fondo che resta senza risposta: largo sì, ma verso dove?

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