Il Ragionevole Dubbio e la Proprietà del Potere: Se la Giustizia si fa Dispotismo
Dinamiche dell'assolutismo giudiziario: un’esegesi critica sulle aporie del diritto tra presunzione d'innocenza e mutazione del sistema costituzionale
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, durante il question time alla Camera, Roma, 22 aprile 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
Le riflessioni del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, sul caso Garlasco, squarciano il velo su una contraddizione strutturale del nostro ordinamento. La possibilità che un cittadino subisca una condanna definitiva dopo due assoluzioni, in assenza di nuove prove, interroga direttamente la tenuta della civiltà liberale. «Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio», osserva il Guardasigilli, «come puoi condannarla quando è già stata assolta due volte da una Corte d’Assise e da una Corte d’Appello?». Tale paradosso trasforma l’innocenza in un esito precario, revocabile per semplice rilettura interpretativa.
Per comprendere le un po’ le radici di questa deriva, occorre esaminare l’analisi di Luigi Bobbio, magistrato e già senatore, che identifica nel sistema una vera e propria «mutazione genetica costituzionale».
L’unico potere senza controllo
Il nodo centrale risiede nell’eccezionalità di un potere privo di contrappesi reali. Bobbio solleva una questione che la politica tende a ignorare: «Nessuno ha il coraggio di riflettere sul fatto che quello giudiziario, esercitato dalla magistratura, è l’unico potere senza controllo. Infatti, la magistratura costituisce un ordine chiuso, impenetrabile ai controlli esterni e totalmente affidato a un sistema di pseudo controlli totalmente interni, sia dal punto di vista giudiziario, cioè del concreto esercizio del potere, che si risolve nei tre gradi di giudizio, sia dal punto di vista disciplinare».
In questo vuoto di vigilanza esterna si annida il rischio del dispotismo. Bobbio è categorico nel definire l’attuale stato delle cose: «Un potere senza controllo può diventare dispotismo. Ed è ciò che è accaduto. La mutazione genetica costituzionale della magistratura in un ordine esercente un potere dispotico in quanto senza controllo è ormai consumata».
Il corporativismo e l’appropriazione della sovranità
L’analisi investe poi la dimensione collettiva e l’erosione del mandato costituzionale. Il dispotismo descritto da Bobbio scaturisce da una coesione garantita dal corporativismo, che ha alterato la natura stessa della funzione giudiziaria. La denuncia è netta: «La magistratura corporativa considera ormai come proprio quel potere giudiziario che sarebbe chiamata a esercitare in nome del Popolo italiano e l’appropriazione di un potere altrui comporta inevitabilmente la perdita di imparzialità, autonomia e indipendenza».
Questi valori, prosegue Bobbio, rappresenterebbero l’unica giustificazione del sistema originariamente concepito dai Costituenti. Essi, infatti, «non a caso avevano disegnato la magistratura come un complesso di singoli e non come ciò che è diventata, una categoria corporativa dotatasi di un sentire comune e unitario».
La paralisi della politica
La denuncia di Bobbio colpisce infine la classe dirigente, rea di non aver saputo arginare questa deriva. La difficoltà di Nordio nell’emendare leggi paradossali deriva dallo scontro con una politica «troppo debole, ignorante, paurosa e preda dei luoghi comuni non solo per invertire la situazione ma addirittura per prenderne atto e denunciarla».
Il caso Garlasco rimane il simbolo di una giustizia che non accetta limiti. Finché l’ordine giudiziario resterà il corpo separato descritto dall’ex senatore, il “ragionevole dubbio” sarà un mero orpello retorico, sacrificato sull’altare di un assolutismo che ha smarrito la sua giustificazione originaria nell’istante in cui ha trasformato la funzione giudiziaria in una proprietà corporativa.
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