La sinistra torna operaia con le primarie
In vista delle primarie la sinistra ha ritrovato operai e impiegati. Erano finiti dietro una mozione sui diritti e sotto un regolamento europeo.
Il Conte del Grillo li ha ripescati con una lettera a Repubblica. Ha scoperto che, non essendo stata abolita la povertà, esistono ancora i salari, le fabbriche, la casa e perfino l’economia reale. È in marcia verso le primarie. Nel nuovo decalogo progressista dovrebbero entrare anche poliziotti, insegnanti e dipendenti pubblici.
Sono lavoratori quando pagano le tasse, privilegiati quando chiedono uno stipendio dignitoso e servitori dello Stato se muoiono in servizio, mentre i media li ringraziano dopo il funerale. Se un servizio di polizia richiede il legittimo uso della forza, per una parte della sinistra tornano sospetti, quando non direttamente fascisti. La politica li celebra in uniforme o dietro una cattedra, purché non presentino il conto dei turni, delle responsabilità, dell’inflazione e del costo della vita.
È la contraddizione di una parte del progressismo italiano. Ha separato il riconoscimento dalla redistribuzione, i diritti dai doveri e le identità dal lavoro. Ha praticato le degenerazioni woke e oggi le nega, come se una società potesse vivere soltanto di diritti proclamati, senza politiche per l’industria, l’economia, il lavoro, i salari e le pensioni. Come se alle persone non servissero reddito, casa, servizi pubblici, opportunità per i giovani e una vecchiaia dignitosa.
I diritti liberano quando camminano con la giustizia sociale. Separati dalla realtà diventano privilegi lessicali di chi non redistribuisce più ricchezza. La tradizione liberale difendeva la persona. Quella cattolico-popolare legava la dignità alla responsabilità. La socialdemocrazia trasformava il conflitto in salario, diritti, welfare e rappresentanza.
Il neo-progressismo ha ridotto queste eredità a un lessico sorvegliato, severissimo con le parole e più indulgente con le diseguaglianze. Conte denuncia il woke e torna alle questioni materiali alla fine della legislatura. Il Conte del Grillo, però, cambia livrea secondo la stagione. È stato populista con i populisti, progressista con i progressisti, uomo del popolo a Palazzo Chigi e ora socialdemocratico sulla pagina culturale.
Naviga con qualunque vento, purché la corrente porti verso la candidatura giusta. Il camaleonte può assumere ogni colore, ma non per questo può ereditare una nobile storia. Quella storia nasceva nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole e negli uffici, dove il conflitto sociale diventava rappresentanza. Non era un guardaroba dal quale estrarre l’abito operaio alla vigilia del voto. Aveva partiti, sindacati, sezioni e popolo. Oggi ha consulenti, piattaforme, correnti e aspiranti federatori.
Socialdemocrazia, cattolicesimo popolare e cultura liberale sono diventati ricordi o etichette da salotto. È rimasta una rappresentanza di Palazzo, stanziale e autoreferenziale, che sorveglia il proprio recinto e chiama partecipazione l’applauso dei già convinti. Non ha allargato la rappresentanza né il dialogo sociale. Ma ha amministrato la propria minoranza e seggio. Poi si stupisce se periferie, operai, poliziotti, insegnanti e impiegati votano altrove o non votano più.
Le elezioni non si vincono tra persone che si conoscono, si citano e si candidano reciprocamente. La degenerazione non sta nelle primarie, che possono restituire agli elettori la scelta politica. Sta nel trasformarle in un rito con il popolo ammesso quando il copione è già scritto. Schlein parla di salari e vuole prima il programma. Conte vuole portare ai gazebo anche il confronto sul programma. Bonelli vuole accantonare le primarie.
Magi, Onorato e Ruffini preparano il centro. Renzi cerca il contenitore e ricorda di averlo inventato. Gli aspiranti federatori sono ormai più delle federazioni.
Poi c’è il casting. AVS invita Sigfrido Ranucci alla propria festa e smentisce di volerlo candidare. Ranucci smentisce di volersi candidare. Nel Campo largo anche le smentite sembrano prove d’ingresso. La politica cerca fuori di sé le personalità che non sa più formare al proprio interno.
Il paradosso è che l’opposizione offre questo spettacolo mentre nella maggioranza le crepe non mancano. La Lega discute la leadership, Salvini offre di condividere le responsabilità con governatori e ministri e Vannacci lo incalza da destra. Ma il campo largo, invece di incalzare il governo, continua a incalzare sé stesso. Willy Brandt invitava a «osare più democrazia», in sintesi aria nuova.
Loro osano più candidati, scelti non nel confronto con fabbriche, uffici, scuole, professioni, imprese e territori, ma nel circuito chiuso di piattaforme e notorietà mediatica. Non rappresentanti cresciuti dentro la società, ma nomi calati sopra una società che dovrebbero rappresentare.
Prima il programma, poi le primarie. Prima le primarie, poi il programma. Prima, soprattutto, il candidato. I lavoratori possono aspettare. Per adesso servono a montare il palco.
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