Oggi il mondo celebra la Giornata Internazionale della Pace. Una ricorrenza che, in mezzo alla volatilità sconvolgente del sistema globale, suona quasi come una provocazione. La pace, ricordano le Nazioni Unite, non è solo assenza di guerra, ma “sicurezza, dignità, opportunità e cooperazione nella vita quotidiana”. Eppure, mentre si rende omaggio agli “architetti quotidiani della pace”, il pianeta sembra dominato da ingegneri della guerra. Professionisti dello “stato d’eccezione” che operano nei centri nevralgici dell’Occidente, da Bruxelles a Washington fino a Tel Aviv.
Un messaggio svuotato di significato da scelte pericolose
Il tema scelto quest’anno, “Investire nella Pace: per tutti, ovunque, ogni giorno”, stride con la realtà di un’Europa che investe sempre più nella deterrenza armata e sempre meno nella diplomazia. L’Ue, nata come progetto di riconciliazione, appare oggi intrappolata nella narrazione dell’assedio. Una cornice che giustifica il riarmo, alimenta la retorica della minaccia e permette di riconvertire settori industriali messi in ginocchio da un fanatismo green privo di piani concreti, da scelte energetiche sbagliate e da colli di bottiglia che hanno indebolito la competitività del continente. La guerra, insomma, come nuovo motore industriale europeo.
La mossa di Trump in un contesto instabile
In questo contesto, l’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sui “progressi significativi” verso una base militare permanente in Polonia aggiunge un ulteriore elemento di frizione. Varsavia, che investe il 5% del Pil nella difesa e vive con la Russia e l’Ucraina ai confini, considera la presenza americana un pilastro strategico. Ma la comunicazione è arrivata proprio mentre Washington avvia una revisione formale della propria postura in Europa. Secondo Nbc, la riduzione potrebbe riguardare fino a un terzo del contingente Usa nel continente, circa 25.000 unità. Una contraddizione che rivela la fase di transizione dell’Occidente. Gli Stati Uniti arretrano, l’Europa si arma, la Nato si divide sulla ripartizione degli oneri.
L’asse Usa-Polonia
La Polonia, con il presidente Karol Nawrocki e il vice ministro Zalewski, insiste da mesi per una base permanente. Trump rilancia, ringrazia la “leadership audace” di Varsavia e promette una novità. Ma il quadro è più complesso. Washington ha criticato duramente gli alleati europei che hanno rifiutato l’uso delle basi Nato nelle operazioni contro l’Iran, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha minacciato di ridurre il contributo americano al bilancio dell’Alleanza se non verranno rispettati gli impegni del vertice dell’Aia, almeno il 5% del Pil alla sicurezza entro il 2035, di cui il 3,5% alle spese militari. Una pressione che conferma il progressivo disimpegno Usa e la necessità, per l’Ue, di ridefinire la propria strategia.
Il bivio
Ed è qui che la celebrazione della pace assume un tono quasi grottesco. L’Europa non può più permettersi di oscillare tra moralismo pacifista e riarmo compulsivo. La deterrenza è necessaria, ma va accompagnata da una diplomazia reale, non cerimoniale. L’Unione deve decidere se vuole essere un attore geopolitico o restare un conglomerato di paesi che reagiscono alle crisi generate da altri.
L’Italia e la sua tradizione di paziente diplomazia
L’Italia si trova davanti a un passaggio estremamente delicato. Le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto su Bab el-Mandeb, lo stretto dove si incrociano traffici vitali e tensioni che possono incendiare il Mediterraneo, mostrano quanto Roma sia esposta alle faglie globali. Ma proprio per questo Roma deve evitare di cedere alle pulsioni belliciste dei “volenterosi”, quella minoranza di Paesi pronti a trasformare ogni crisi in un test di muscolarità. La tradizione italiana è un’altra, fatta di diplomazia, intelligence e relazioni pazienti nella regione mediorientale. Un metodo che nella Prima Repubblica ha prodotto risultati concreti e che oggi sarebbe un asset prezioso, non un cimelio da museo.
Celebrare la pace mentre il mondo si arma non è solo un paradosso, ma un monito. La pace non si costruisce con slogan annuali, ma con scelte quotidiane che oggi mancano. La domanda, per l’Europa e per l’Italia, è se si vuole davvero investire nella pace, “per tutti, ovunque, ogni giorno”, o si preferisce continuare a progettare la guerra come se fosse l’unico linguaggio rimasto.