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Economia

Deficit 2025 al 3,1% del pil, l’Istat conferma: niente uscita anticipata dalla procedura Ue

di Andrea Scarso -


Deficit 2025 al 3,1%, il verdetto dell’Istat

L’attesa di Palazzo Chigi si è chiusa con la notizia che il governo sperava di non ricevere. L’Istat, con la revisione dei conti pubblici diffusa questa mattina, ha confermato il deficit 2025 al 3,1% del prodotto interno lordo, lo stesso livello indicato dalle stime di primavera. Un decimale sopra la soglia fissata dal Patto di stabilità europeo, sufficiente a tenere l’Italia dentro la procedura per disavanzo eccessivo aperta da Bruxelles nel 2024 e a rinviare di almeno un anno l’uscita anticipata su cui l’esecutivo aveva costruito una parte importante della propria strategia di bilancio.

La distanza dal traguardo era minima già ad aprile. La notifica trasmessa allora alla Commissione europea collocava l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche intorno ai 69,4 miliardi di euro, pari al 3,07% del Pil, poi arrotondato per eccesso. In termini assoluti mancavano poco più di 1,6 miliardi per scendere sotto il 3%, una somma contenuta rispetto alle dimensioni della finanza pubblica italiana ma decisiva sul piano delle regole comunitarie. Per dare una misura, ogni decimale di Pil del 2025 vale circa 2,3 miliardi di euro.

Il confronto con il 2024 racconta comunque un miglioramento concreto. Un anno fa il rapporto si era fermato al 3,4%, e nel frattempo il disavanzo si è ridotto di oltre 4 miliardi. Il saldo primario, cioè il bilancio dello Stato al netto degli interessi sul debito, è rimasto in attivo: al netto del costo del debito, lo Stato incassa più di quanto spende. È proprio la spesa per interessi, stabile intorno al 3,9% del Pil, a spingere il saldo complessivo oltre la linea di Maastricht.

Le speranze del governo e le parole di Giorgetti

Nelle ultime settimane al ministero dell’Economia si era fatta strada l’ipotesi di una revisione favorevole. I tecnici ricordavano che le stime definitive considerano tutte le voci di spesa e di entrata sulla base dei dati effettivi, mentre quelle preliminari si fondano in parte su valori teorici. Sarebbe bastato uno scostamento limitato, come un utilizzo incompleto dei fondi assegnati ai ministeri, per spostare il saldo di qualche miliardo. Sul risultato di primavera, secondo la ricostruzione della Corte dei conti nella relazione sul rendiconto generale dello Stato, aveva pesato soprattutto la coda del Superbonus, con la comparsa in larga parte inattesa di nuovi crediti edilizi.

L’uscita dalla procedura era diventata un obiettivo esplicito del ministro Giancarlo Giorgetti, che il 5 agosto in Parlamento aveva dichiarato: “Voglio andare a casa uscendo dalla procedura per deficit eccessivo”. Alla vigilia del dato, tuttavia, il titolare del Mef aveva scelto la prudenza, definendosi “non fiducioso, ma speranzoso” e rimarcando l’autonomia dell’istituto di statistica: “Non è una decisione che prendiamo noi – ha ricordato – la prende l’Istat, che agisce con assoluta indipendenza. Come ho detto un’altra volta, l’arbitro decide, il rigore è quando l’arbitro fischia”.

Un segnale di apertura era arrivato anche da Bruxelles. Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis, intervistato da Bloomberg, aveva spiegato che un deficit sotto il 3% “è senz’altro una possibilità”. La conferma del 3,1% chiude ora quella finestra.

Cosa cambia per la manovra dopo il deficit al 3,1%

Il numero diffuso oggi pesa direttamente sulla legge di Bilancio per il 2027, l’ultima della legislatura, che approderà in Parlamento il mese prossimo. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo aveva descritto un eventuale esito positivo come “una bella boccata d’ossigeno”, perché avrebbe aperto spazi di finanza aggiuntivi da sommare a quelli garantiti dalla flessibilità europea sull’energia. Prima di definire il pacchetto delle misure, aveva spiegato Leo, il governo aveva “bisogno di sapere come va a finire questa storia”.

La combinazione tra chiusura della procedura e utilizzo pieno della flessibilità avrebbe potuto liberare tra 8 e 10 miliardi di euro di margini ulteriori, tra maggiore capacità di spesa e minore costo del debito. Lo strumento al centro della partita è la clausola di salvaguardia nazionale, il meccanismo europeo che consente agli Stati membri di ottenere margini temporanei sui conti per aumentare gli investimenti nella difesa, con un tetto dell’1,5% del Pil. Da agosto, su richiesta italiana, la Commissione ha allargato la clausola ad alcune misure di sicurezza energetica, con un limite dello 0,3% annuo tra il 2026 e il 2028 e un massimo cumulato dello 0,6%.

Restare nella procedura non cancella questa possibilità, ma la rende più stretta. Solo l’uscita dal braccio correttivo del Patto permetterebbe infatti di escludere dai saldi il disavanzo aggiuntivo legato a queste spese, senza il rischio di tornare sopra la soglia. Il governo dovrà quindi calibrare con maggiore attenzione quanto ricorrere a questi spazi.

I prossimi passaggi europei

Il dato dell’Istat non è l’ultima parola sul piano formale. La certificazione di Eurostat è attesa per il 21 ottobre, e solo dopo arriveranno le valutazioni della Commissione e il passaggio in sede Ecofin. Con il deficit 2025 al 3,1%, l’orizzonte per chiudere la procedura si sposta però all’anno prossimo, quando si guarderà ai conti del 2026. Le previsioni indicano per l’anno in corso un disavanzo in ulteriore discesa, intorno al 2,8% del Pil, un livello che renderebbe l’uscita molto più probabile.

Resta sullo sfondo il tema del debito pubblico, che nella notifica di aprile aveva superato il 137% del Pil, secondo livello più alto dell’Unione dopo la Grecia. Su questo punto Giorgetti ha ribadito la ragione della sua linea di rigore, osservando che un Paese con oltre tremila miliardi di debito “decide da sé finché conserva la fiducia di chi le presta i soldi; se la perde, le priorità le dettano i creditori”.

La fiducia dei mercati, finora, non è mancata: a gennaio lo spread tra Btp e Bund era sceso sotto i 60 punti base, ai minimi dal 2008, e si mantiene sotto i livelli francesi. Il mancato aggancio al 3% è un’occasione rinviata più che un passo indietro, ma per la manovra del 2027 significa lavorare con qualche miliardo in meno.

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