Legittima difesa, illegittima attesa
Riconoscere la legittima difesa e distinguerla - dal fatto di non poter fare altro - quando uno o più ladri - decidono - di tentare un furto - questo è il dilemma che avvolge la società.
A Baldissero d’Alba, nella notte tra sabato e domenica, una banda di cinque persone è entrata in una cascina per portarsi via tegole, cemento e ponteggi. Il proprietario era solo. Ha sentito i colpi alla porta, ha visto le sagome nel buio e ha sparato. Uno dei ladri è morto. Oggi lui è indagato per omicidio volontario. Loro erano in cinque e lui era solo, eppure l’unico nome scritto sul registro degli indagati è il suo. È questa l’aritmetica della giustizia italiana, dove i conti tornano sempre a sfavore di chi sta in casa propria.
Prima di tutto rispetto il dolore di una famiglia. C’è un bambino piccolo che è rimasto senza padre, e nessuna persona perbene gioisce per una morte. La legale della famiglia dice che l’uomo “stava cercando di reintegrarsi”. Può darsi. Ma il reinserimento è una strada che si percorre di giorno, alla luce del sole. Quella notte, a quell’ora, la strada portava al cortile di un altro. Anche questo è un fatto, e nessuna difesa d’ufficio della memoria lo può cancellare.
Il punto però non è Baldissero. Il punto è Roma. Qui a pochi chilometri, a Grinzane Cavour, c’è un gioielliere di nome Mario Roggero che sconta quasi quindici anni di carcere per essersi difeso da una rapina. Adesso il copione si ripete con attori diversi, lo stesso palcoscenico e lo stesso finale già scritto: il cittadino alla sbarra e lo Stato in platea a guardare. E la cosa più amara è sentire un uomo di trentacinque anni che, terrorizzato, dice “ho sbagliato, ora temo il carcere”. Non è il ladro ad avere paura della legge. È chi è stato derubato. Quando in un Paese sono le vittime a temere la galera e i delinquenti a temere soltanto di non trovare niente da rubare, quel Paese ha un problema che non si risolve con un’autopsia.
Allora diciamolo chiaro, senza giri di parole e senza sottotitoli per i pavidi. Chi sfonda una porta, scavalca un muro o entra in un cortile di notte per rubare fa una scelta. Sceglie di mettere in pericolo, anche solo potenzialmente, la vita di chi ci abita. Chi rompe il patto con la proprietà altrui rompe anche il patto con la propria incolumità.
Finché il ladro è dentro o a ridosso della proprietà che ha violato, la difesa deve essere legittima, e non a parole. Se rischia la vita, il rischio l’ha scelto lui. Se la perde, la colpa è sua. E chi si difende deve poterlo fare anche mentre il ladro scappa, perché nel buio, alle due di notte, nessuno può sapere se chi corre sta fuggendo o sta andando a prendere il complice, l’arma, il resto della banda. Il cittadino che si sveglia con cinque sagome in cortile non ha il cronometro del legislatore né il manuale del giurista. Ha il cuore in gola, e un Paese giusto dovrebbe saperlo.
Qualcuno dirà che così l’Italia diventa meno civile. Rispondo che l’Italia di oggi è civile sulla carta e ingiusta nei fatti. È civilissima con chi entra e spietata con chi resta. Preferisco un Paese certamente giusto, e per qualcuno un po’ meno civile, a un Paese che ha la civiltà nei codici e l’ingiustizia nelle sentenze. Lo Stato di diritto non può diventare lo Stato dei diritti di chi delinque. La proporzionalità è sacrosanta, ma bisogna chiedersi a cosa va proporzionata: alla paura di chi è aggredito in casa propria o alla comodità di chi giudica a posteriori, con la luce accesa e il caffè sulla scrivania?
E qui arrivo alla politica, che è la vera imputata di questa storia. Se la politica non manda un messaggio chiaro, diventa corresponsabile due volte. È responsabile delle condanne che pagheranno i cittadini che si difendono, perché le leggi scritte a metà si leggono sempre a sfavore di qualcuno. Ma è responsabile soprattutto del messaggio che non arriva ai malvagi. Il messaggio dovrebbe essere semplice: in Italia delinquere non conviene, perché c’è una giustizia che punisce e perché c’è un cittadino che ha il diritto di non lasciarsi punire al posto del ladro. Oggi il messaggio che arriva è l’opposto. Il ladro sa che il rischio vero non lo corre lui, lo corre chi prova a fermarlo. È come dare a una partita un arbitro che fischia solo i falli del padrone di casa.
Lo dico a chi governa, e lo dico da persona che quei palazzi li conosce: non ripetete il vecchio gioco. Non mettete la legittima difesa nei programmi elettorali dell’anno prossimo, lucidata come un’argenteria da mostrare agli elettori e poi riporre nel cassetto. Di promesse su questo tema ne abbiamo sentite abbastanza da riempirci una cascina, tegole comprese. Questa legislatura ha ancora un binario libero, e questo è l’ultimo treno. Chi lo perde non potrà dire di non averlo visto passare, perché è passato da Grinzane Cavour e adesso passa da Baldissero d’Alba. La prossima stazione ha già un nome, soltanto che ancora non lo conosciamo. La legge si fa adesso, non si promette domani. Perché chi rimanda la giustizia non sceglie la prudenza: sceglie da che parte stare, e sceglie la parte sbagliata.
PER TUTTE LE NEWS DI ATTUALITÀ
Torna alle notizie in home