Stroppa provoca: "Meglio gli automi che gli immigrati", il fondatore di Microsoft chiede regole dopo che si è arricchito perché non ce n'erano
“Meglio i robot degli immigrati africani”. Vi aspettereste che ci sia una faccia, un politico dietro una frase così forte. Magari l’immancabile generale Vannacci, che tanto gioca con le provocazioni sapendo, benissimo, che ogni replica a ogni sua sillaba gli porta visibilità, spazio e consensi. Non è stato Vannacci. Non l’ha detto (ancora) nessun politico. Ma, come ha detto Andrea Stroppa, è quello che si aspetta di sentire, a breve, Elon Musk. E chiunque si prenderà la responsabilità di affermare una cosa tanto forte, stia pur certo, godrà del grato (anzi, gratissimo) appoggio del tycoon di SpaceX. Andiamo però con ordine perché, in fondo, non è che Stroppa abbia tutti i torti. Certo, il “titolo” c’è. La provocazione pure. E, una volta tanto, ci sta anche la sostanza.
Robot al lavoro e il futuro del welfare
“La scelta è politica e va detta senza ipocrisie: un immigrato a basso salario paga quasi zero Irpef ma usa tutti i servizi che lo Stato offre, come scuola e sanità; questo non è più sostenibile”. Anche perché è da ciò che deriva tutto quel rancore, quella “guerra tra poveri” che innerva il dibattito pubblico e sta scalzando, un po’ ovunque in Europa e nel mondo occidentale, i partiti dell’establishment. “Una cosa è l’immigrazione libera verso il lavoro, un’altra è verso il welfare”, ha spiegato Stroppa. Vuoi vedere che sarà meglio assumere robot? Eccolo l’altro corno del dilemma. “La direzione sono i robot, non è continuare a fare i decreti flussi per far entrare persone dal nord africa e dobbiamo prenderci immediatamente cura degli italiani che stanno già male”. Forse, detta così, è un po’ semplicistica. Ma, depurata dagli aspetti politici, la direzione indicata da Stroppa, ergo da Musk, è quella su cui s’è già avviata la Cina.
Tra dark factory e scontri di civiltà
E su cui, da qui ai prossimi anni, si concentrerà il dibattito. Quella di aprire le porte d’Europa alla manodopera straniera è stato un trend che il Vecchio Continente, adesso, sta pagando. L’obiettivo era quello di far arrivare lavoratori che si sarebbero accontentati di paghe e salari minori, accanto a questo negli anni s’era imposto loro il compito di colmare il divario della natalità dei Paesi europei offrendo nuove braccia a quelle che, per ragioni meramente matematiche, ormai mancavano all’appello. Era, insomma, un tema di tenuta. Che, però, adesso sta saltando. In termini di sicurezza, sociale ed economica. Tra scontri di civiltà e furiose polemiche interne e, appunto, spese per il welfare. È un tema elettorale. Anzi, politico e strategico. Sostituire la manodopera poco specializzata coi robot, a questo punto, può diventare per le imprese una soluzione. Del resto, la Cina su questo è pioniera: tra dark factory e automi guidati dall’Ai, la produzione sta diventando qualcosa di digitalizzato. Pechino, a differenza dell’Europa, ha la possibilità per farlo perché i robot li produce e sull’Ai s’è messa in scia agli Stati Uniti. Noi, invece, certe cose non potremmo nemmeno immaginarcele.
Il nodo del lavoro
Quello che per Musk (e Stroppa) è un sogno, però, inquieta ancora di più sul fronte del mercato del lavoro. L’intelligenza artificiale fa paura proprio per questo, perché potrebbe sostituire decine e decine di migliaia di lavoratori. I robot potrebbero fare il resto. E a quel punto, poi, come si fa? La vecchia proposta di Elon Musk resta in piedi. Quella del reddito universale che, non si capisce nemmeno in base a quale regola economica (si sa, quelle dei mercati son leggi che hanno la presunzione di essere scientifiche ma spesso non lo sono), non aumenterebbe l’inflazione e anzi aiuterebbe il mondo a stare addirittura meglio.
Gli appelli (interessati) di Gates
Per Bill Gates, invece, è scandaloso che i governi non facciano nulla. Lo ha detto in un’intervista recente rilasciata nientemeno che ad Avvenire. A cui ha affidato il suo proclama: “L’Ia – ha detto – è assai più dirompente di qualsiasi tecnologia emersa finora”. E dopo aver lodato la posizione del Papa ha spiegato: “L’industria può fare la diagnosi, ma le regole devono venire dall’esterno, dai governi. Ma i governi non lo stanno facendo”. Detto da chi, con Microsoft, ha prosperato proprio grazie alla mancanza di leggi e alla loro mancata applicazione (come quella anti-monopoli), fa riflettere. “Sto mettendo in gioco tutta la credibilità e reputazione della mia carriera – ha affermato mettendo tutto sul tavolo tranne la lunga e amabile frequentazione col finanziere Epstein – per dire: non stiamo dando abbastanza attenzione al problema, non stiamo facendo abbastanza per ridurre i danni possibili, né per cogliere i benefici possibili”.