Comuni in rosso, le vere colpe dei dissesti
L'esame dei piani di rientro da parte dei ministeri si trascina spesso per anni anziché concludersi nei 60 giorni previsti dalla legge
Comuni in rosso: perché la vera crisi dei bilanci locali non è solo colpa dei sindaci.
Comuni in rosso sotto la lente della Corte dei conti
In Italia ci sono 485 procedure di crisi finanziaria attive, che riguardano 484 Comuni (pari al 6,1% del totale degli enti locali) e pesano direttamente sulla vita di circa 6,5 milioni di cittadini.
La massa passiva complessiva sfiora i 6,2 miliardi di euro, con un’emergenza fortemente concentrata nel Mezzogiorno: Sicilia, Calabria e Campania da sole assorbono la maggior parte delle criticità, l’80%.
Storicamente, le procedure avviate tra dissesti e piani di riequilibrio sono state 1.448.
Ma dietro questo buco nero si cela un’amara verità: non si tratta soltanto di “mala gestione” o di amministratori sconsiderati. Come evidenzia la Sezione delle autonomie della Corte dei conti nella sua ultima Relazione al Parlamento, i Comuni italiani sono vittime di una vera e propria trappola normativa e istituzionale di sistema.
Un impianto normativo vecchissimo
L’attuale impianto legislativo risale a logiche vecchie di decenni, mutate dal diritto fallimentare delle aziende private.
È un sistema essenzialmente sanzionatorio e “cartolare”, che interviene con moduli e divieti quando il malato è ormai terminale, anziché prevenire la crisi.
Tra i fattori strutturali più gravi figurano l’incapacità cronica degli enti di riscuotere le proprie tasse e una paralizzante lentezza burocratica. L’esame dei piani di rientro da parte dei ministeri si trascina spesso per anni anziché concludersi nei 60 giorni previsti dalla legge.
Tempi lunghissimi
Questo dilata i tempi fino a 20 anni, ipotecando le scelte di quattro consigli comunali consecutivi. Inoltre, la rigida separazione tra i commissari straordinari, incaricati di gestire i vecchi debiti, e i sindaci, responsabili della gestione corrente, genera continui cortocircuiti e opacità nei conti.
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Così, anche lo strumento del “predissesto” — pensato per evitare il tracollo — si rivela spesso un’illusione: oltre un terzo dei piani fallisce e sfocia nel dissesto effettivo, alimentando un circolo vizioso di debito.
Per uscire da questo stallo, la magistratura contabile chiede al Parlamento un cambio di paradigma non più rinviabile.
La proposta è abbandonare la logica punitiva per adottare un modello predittivo e di affiancamento: unificare le banche dati nazionali, utilizzare indicatori d’allarme avanzati e stringere “Patti con il governo” flessibili.
L’obiettivo finale non è liquidare i creditori a scapito di tutto, ma restituire ai Comuni la capacità di erogare i servizi essenziali ai cittadini.
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