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Esteri

Trump scarica Zelensky e accelera il dialogo con Putin, la pace passa per Mosca. L’Europa è soltanto spettatrice

Per il POTUS il presidente ucraino non è l'uomo giusto per la pace

di Ernesto Ferrante -


Dietro il lessico prudente della diplomazia occidentale si sta consumando una svolta epocale. La guerra in Ucraina è diventata materia di gestione diretta fra Stati Uniti e Russia, le uniche due potenze che oggi appaiono realmente in grado di decidere tempi, modalità e contenuti di un eventuale accordo. A segnalarlo sono gli sviluppi delle ultime ore. Donald Trump accelera il dialogo con Vladimir Putin e contemporaneamente aumenta la pressione su Volodymyr Zelensky affinché accetti una soluzione negoziale anche a costo di dolorose concessioni territoriali nelle regioni occupate dell’Est.

La linea del presidente americano

Secondo il New York Times, la Casa Bianca ritiene che il conflitto sia giunto a un punto di svolta e che spetti ora a Kiev dimostrare una concreta disponibilità al compromesso. Il messaggio recapitato a Zelensky è semplice e brutale. Continuare a rifiutare qualsiasi concessione rischia soltanto di prolungare una guerra che non offre prospettive di vittoria strategica all’Ucraina. In cambio di un’intesa, anche costruita in larga parte sulle condizioni richieste da Mosca, Washington sarebbe pronta a sostenere un importante programma di ricostruzione e sviluppo economico. È il segnale più evidente di un cambiamento profondo nei rapporti tra il presidente americano e il suo omologo ucraino.

All’ombra delle dichiarazioni ufficiali, sempre più attente a evitare rotture plateali, emerge infatti la sensazione che a Washington Zelensky non venga più considerato l’uomo giusto per arrivare alla fine del conflitto. Per l’amministrazione americana, le continue richieste di nuove forniture militari, l’insistenza sull’ingresso nella Nato, inaccettabile per la Russia, e le rivendicazioni sull’adesione all’Unione europea non rappresentano più una strategia realistica per ottenere la pace, ma il contrario. Il tycoon vuole chiudere il dossier ucraino e normalizzare i rapporti con la Russia.

Le puntualizzazioni mirate di Rubio

Anche le parole di Marco Rubio tradiscono l’irritazione crescente dell’amministrazione americana. Il segretario di Stato Usa ha respinto come “scandalose” le insinuazioni secondo cui gli Stati Uniti starebbero deliberatamente penalizzando gli ucraini. Dietro la difesa formale dell’alleato ucraino si intravede però un messaggio preciso. Trump non accetterà che Zelensky, ieri in Norvegia per dei colloqui, continui a dettare unilateralmente le condizioni del confronto. Del resto, mentre Witkoff incontrava il presidente ucraino a Oslo, era stato già previsto il successivo passaggio a San Pietroburgo per discutere direttamente con Putin. La fotografia più fedele dell’attuale equilibrio negoziale. Washington consulta Kiev, ma tratta con Mosca.

La posizione del Cremlino

Non sorprende allora che anche il Cremlino stia aumentando la pressione sul leader ucraino. Il portavoce Dmitry Peskov ha sottolineato come sia essenziale avere di fronte interlocutori legittimati e pronti ad assumersi la responsabilità politica della fine delle ostilità. Un’affermazione che richiama indirettamente le stesse perplessità espresse da Trump sulla capacità dell’ex comico di condurre una fase negoziale.

Se il protagonismo appartiene ad americani e russi, l’assenza più evidente è quella dell’Unione europea. Bruxelles continua a proclamare principi, ma non influenza i processi. Non dispone della forza militare necessaria per imporre una linea e non riesce neppure a superare le proprie divisioni interne, come dimostra l’ennesimo veto ungherese sul percorso di adesione di Ucraina e Moldavia.

Kallas continua a collezionare scivoloni

In questo scenario grigio spicca l’attivismo controproducente dell’Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas. Le sue accuse ai negoziatori americani, descritti come promotori di una presunta resa ucraina, sono l’ennesima uscita fuori tempo e fuori luogo. L’ex premier estone in più occasioni ha mostrato una preoccupante inadeguatezza rispetto alla complessità del momento storico. Se la pace arriverà, non porterà la firma di Bruxelles ma quella delle due potenze che hanno ormai assunto il controllo dell’intera partita diplomatica.


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