L'Ue contempla una disfatta geo-economica globale, pure il New York Times attacca Bruxelles
L’accordo c’è, ma non si vede: almeno per ora, Iran e Oman hanno concordato sui punti cardine dell’intesa che dovrebbe portare (“ma non è automatico”, si sono affrettati a dire da Teheran) alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Gli houthi, nel frattempo, hanno altro a cui pensare rispetto alle minacce, anche su Bab el Mandeb. Tra i ribelli e le forze governative dello Yemen è stata una giornata di scontri culminati in (almeno) 45 morti. Tutto, dunque, sembra promettere bene per la ripresa degli affari energetici. Anche perché, in questo fine settimana, sarà in Arabia Saudita il capo di stato maggiore del Pakistan, Paese mediatore tra Usa e Iran.
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Iran-Oman c’è l’accordo e Trump spera
Trump continua a sostenere che a breve arriverà l’accordo che farà “precipitare” il petrolio. Per adesso, a crollare, sono solo i suoi sondaggi. E, soprattutto, le speranze degli americani che credono sempre meno a una rapida soluzione del conflitto che ha portato il costo della benzina, negli States, a oltre quattro dollari (quasi cinque) al gallone. Intendiamoci, rispetto a quanto si pagano i carburanti in Europa è un prezzo ridicolo. Pari, a quanto riporta Global Petrol Prices, a circa 1,17 dollari al litro: in pratica un euro (e due cents) al litro. Ma gli americani sono abituati ad altri listini, così come gli europei si son fatti ormai il callo a farsi spennare alla pompa. E già tanto basterebbe a capire dove (e chi) davvero ha un vantaggio competitivo sull’altro. Persino il liberalissimo New York Times, nei giorni scorsi, ha detto che l’Europa vive alla giornata, tra due guerre, una crisi energetica che sembra far da preludio persino a quella alimentare, lasciando che a decidere della sua esistenza siano gli altri. Ma tant’è.
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L’Ue resta a guardare (e a pagare)
La Bce, puntuale come una campana a morto, ieri ha suonato il suo ferale (e monotono) bollettino. Le prospettive di crescita sono al ribasso, quelle di inflazione al rialzo. Niente di nuovo sul fronte occidentale. A settembre, già si sa, sceglieranno di intervenire sulla seconda, tumulando definitivamente le speranze di qualunque timido accenno di crescita. Nel (prestampato?) bollettino mensile della Banca centrale europea manca, però, una chiave che non si può più ignorare. Hormuz, c’è. Manca l’altro elefante nella stanza. O meglio, il drone (ucraino) sulla raffineria russa.
Zelensky spara
Zelensky ha rivendicato un altro attacco alle infrastrutture energetiche dell’arcinemico moscovita. Nel mirino gli impianti Bashneft-Novoil in Bashkortostan e la raffineria Slavneft-Yanos nell’area di Yaroslavl. À la guerre comme à la guerre, per carità. Ursula applaude e non può fare diversamente. Il guaio, però, è che l’Europa per inseguire i sogni fatati del green ideologico si ritrova ormai quasi senza più infrastrutture per farsi il “suo” gasolio. Lo ha detto Goldman Sachs, lo ha ripetuto Giorgetti. Il prezzo del diesel (che è gravato da accise maggiori rispetto alla benzina anche in virtù delle normative europee) s’impenna perché non passa nulla da Hormuz e anche perché la capacità di raffinazione russa si va indebolendo. In mezzo, anzi sopra, soffia potente il vento della speculazione che porta i prezzi in alto, poi fa finta di cedere un po’, per ripartire verso nuovi e più ambiziosi orizzonti. Già stanno mettendo in mezzo voci che vorrebbero i carburanti a tre euro al litro. L’Europa, eccolo il nodo centrale e decisivo. Contempla un fallimento totale.
Bruxelles, terre desolate
“Non è riuscita a risolvere la guerra in Ucraina dopo più di quattro anni di spargimenti di sangue. I risultati ottenuti nel ridurre le emissioni per combattere il cambiamento climatico sono oscurati dalle azioni degli Stati Uniti e della Cina. Il futuro dell’Ia si sta formando in gran parte altrove”. E no, questo non l’ha scritto né Farage, né la Le Pen, né qualche pericoloso sovranista frustrato. L’ha scritto, appunto, il New York Times.