Rifiuti elettronici, la Sicilia al “salto di specie” industriale
Secondo Cisambiente l'isola "una miniera a cielo aperto"
In un’Europa sempre più affamata di materie prime critiche e un’Italia che arranca nel centrare i target di raccolta, la Sicilia si candida a diventare un caso studio interessante per “il 2026 dei rifiuti elettronici”.
Rifiuti in Sicilia, la svolta?
Da terra di emergenze a potenziale hub del Mediterraneo per l’urban mining. Questo il cuore del “salto di specie industriale” auspicato da Stefano Sassone di Confindustria Cisambiente. Un concetto che trasforma il rifiuto elettronico da costo di smaltimento a asset strategico nazionale.
La portata della sfida, nei numeri
L’Italia, nonostante eccellenze nel riciclo, sui Raee fatica: la media nazionale si attesta intorno ai 6 kg per abitante, ancora lontana dai 12 kg richiesti dai target europei (pari al 65% dell’immesso sul mercato).
In questo scenario, la Sicilia ha storicamente rappresentato il “fanalino di coda” con circa 4,5 kg/ab, frenata da una carenza cronica di Centri Comunali di Raccolta e da una logistica che costringe a spedire i rifiuti verso gli impianti del Nord, con costi ambientali ed economici insostenibili.
Il nuovo Piano
La svolta, con il nuovo Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Speciali. Non solo un documento burocratico, ma una manovra finanziaria supportata dai fondi Pnrr e Fesr 2021-2027. Tre i punti di rottura con il passato. Una infrastrutturazione massiccia, con finanziamenti a pioggia per i comuni sopra i 5mila abitanti per creare Centri moderni e rendere facile il conferimento dei piccoli elettrodomestici.
Gli hub di prossimità, impianti di trattamento primario sull’isola per evitare il “turismo dei rifiuti”, per trattare in loco almeno il 70% dei Raee prodotti. Infine, una spinta alla integrazione con il nuovo sistema di tracciabilità nazionale Rentri per far emergere il “nero”, flussi di rifiuti preziosi che finiscono nei canali illeciti o nei mercatini dell’usato non autorizzati.
Cosa dice Cisambiente
Per Stefano Sassone, la Sicilia possiede una “miniera a cielo aperto” nei cassetti dei suoi cittadini. Smartphone, tablet e vecchi pc contengono concentrazioni di oro, palladio e terre rare infinitamente superiori a quelle delle miniere naturali. Il “salto di specie”, nel passare da una visione di nettezza urbana (raccogliere per pulire) a una di politica industriale (raccogliere per produrre).
Secondo Cisambiente, la Sicilia ha la posizione geografica ideale per diventare il terminale di recupero del bacino mediterraneo, a patto di snellire la burocrazia. La vera criticità, infatti, resta la velocità di rilascio delle autorizzazioni per gli impianti di idrometallurgia, necessari per estrarre fisicamente le materie prime dalle schede elettroniche.
Una strada in salita
Nonostante l’entusiasmo, una strada in salita. La frammentazione dei centri di raccolta nelle aree interne e la scarsa consapevolezza dei cittadini, i colli di bottiglia principali. Inoltre, il successo del piano dipende dalla capacità delle amministrazioni locali di spendere i fondi entro le scadenze del 2026.
Senza un’industria del recupero locale, la Sicilia continuerà a essere un esportatore di valore e un importatore di costi. La scommessa è aperta. Trasformare l’isola da “miniera sprecata” a avamposto tecnologico dell’economia circolare europea.
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