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Esteri

La pressione fiscale nell’eurozona e l’illusione dei numeri

L'Italia, come Francia e Austria, tassa molto perché finanzia un welfare ampio, ma spesso inefficiente

di Ernesto Ferrante -


L’Istat ha certificato che nel 2025 la pressione fiscale italiana ha raggiunto il 42,9% del Pil, mentre l’indebitamento netto si è attestato al -3,1%. Un dato che colloca l’Italia nella fascia alta dell’eurozona, ma che va letto dentro la cornice più ampia di un’Europa dove il carico fiscale si muove in ordine sparso, riflettendo modelli di welfare, priorità politiche e fragilità strutturali molto diverse.

Secondo le più recenti elaborazioni della Commissione europea contenute nelle European Economic Forecasts 2025–2026, la pressione fiscale media dell’Ue si è attestata nel 2024 al 41% del Pil, con una lieve tendenza al rialzo nel 2025 per effetto dell’aumento del gettito Iva e dei contributi sociali. La mappa fiscale resta fortemente asimmetrica. La Francia continua a guidare la classifica con una pressione superiore al 47%, seguita da Belgio e Austria, entrambe oltre il 43%. Sul fronte opposto, l’Irlanda mantiene valori attorno al 23-24%, mentre Romania e Malta restano stabilmente sotto il 30%, confermando modelli di stato sociale più leggeri e una struttura tributaria meno dipendente dal lavoro.

Tassazione e welfare

Ma il punto politico è un altro. La pressione fiscale non è un indicatore neutro. È il riflesso di scelte di governo, di modelli sociali, di compromessi tra crescita e redistribuzione. L’Italia, come Francia e Austria, tassa molto perché finanzia un welfare ampio, ma spesso inefficiente. Altri Paesi, come l’Irlanda, scelgono un’impostazione più leggera per attrarre investimenti e capitali. Il mero confronto delle percentuali è un esercizio fuorviante. Un 43% francese non equivale a un 43% italiano, perché i servizi offerti hanno qualità, copertura e impatto economico profondamente diversi.

Modelli diversi

La politica fiscale europea è inoltre attraversata da una faglia crescente. Da un lato i Paesi che puntano ad ampliare la base imponibile, dall’altro quelli che inseguono la competizione fiscale interna all’Ue, giocando su aliquote Iva, imposte sul lavoro e agevolazioni settoriali.

In uno scenario di questo tipo, il dato italiano del 42,9% è il sintomo di una finanza pubblica rigida, compressa tra debito elevato, crescita debole e un welfare che assorbe risorse senza restituire piena efficienza. La vera questione non è quanto si tassa, ma come si trasformano le tasse in servizi, diritti e competitività. Ed è su questo terreno che si misura la distanza tra i diversi modelli europei.


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