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Cronaca

Quelle chat con Lavitola che possono inguaiare Ranucci

A fine mese o rinviata, l'audizione dell'ex conduttore di Report sarà fondamentale. La Procura ha in mano carte finora coperte?

di Angelo Vitale -

Il giornalista Sigfrido Ranucci con Gomes Clesio Tavares e Valter Lavitola in una foto del 2022


Una illusione, gli arresti domiciliari di Valter Lavitola in Basilicata. L’auspicio si è infranto nel Tribunale del Riesame di Roma, dove i giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere dell’ex direttore de L’Avanti, “amico sincero” di Sigfrido Ranucci.

Lavitola resta in carcere

Si ferma così, per ora, l’offensiva dei suoi difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, che per il reo confesso avevano confezionato un piano d’uscita minuzioso: i domiciliari a Noepoli, il borgo lucano delle sue origini.

Un ripiego logistico necessario dopo che la compagna di Lavitola, appresa dagli atti l’esistenza di una rivale brasiliana, gli aveva revocato la disponibilità dell’abitazione romana.

A Noepoli era già tutto pronto, compresa una narrazione ricalibrata sul ritorno al paese d’infanzia, “lontano da tentazioni e vie di fuga”.

Ma la mossa dei Cola non era forse e soltanto un espediente. Dietro l’istanza rigettata una linea difensiva articolata, il probabile preludio a mosse future calibrate su dettagli e retroscena che l’opinione pubblica ancora non conosce?

Lavitola stesso ha provato a ridipingere la trama con parole paradossali: «L’amicizia con Ranucci era per me un riscatto sociale».

Le chat cancellate

Una versione che non ha affatto convinto i magistrati, i quali hanno ribadito la pericolosità sociale del personaggio e mantenuto ferma l’aggravante del metodo mafioso per la bomba esplosa il 16 ottobre del 2025. Chiusa la parentesi Riesame, l’attenzione si sposta sul vero cuore dell’indagine condotta dai carabinieri di Roma e Frascati, guidati dal pm Edoardo De Santis.

Dopo settimane di rumors, la Procura di Roma ha finalmente scoperto le carte e indicato la rotta: le dichiarazioni di Lavitola continuano a mostrarsi inattendibili e ambigue, la verità sull’attentato va scavata altrove. Ovvero nella memoria digitale dei dispositivi sequestrati al faccendiere.

È qui che l’inchiesta prende una piega decisiva e svela uno scenario estremamente scomodo. Dall’analisi tecnica di cellulari e computer sono emersi macroscopici “buchi temporali” nelle conversazioni tra Lavitola e Sigfrido Ranucci. Non semplici pause, ma vere e proprie chat cancellate, sbianchettate con cura sia nei giorni precedenti la bomba, sia nei periodi immediatamente successivi.

Perché eliminare quei messaggi?

Che cosa si sono detti, o hanno trattato ? Emerge con sempre maggiore evidenza un rapporto opaco, un intreccio di contatti e confidenze che si è tentato di tenere all’oscuro degli inquirenti.

Di fronte a questo buco nero comunicativo, Ranucci ha finora preferito glissare sui dettagli dei suoi rapporti con Lavitola, continuando ad adagiarsi sulla narrazione consolatoria della vittima di un complotto tentacolare. Una postura mediatica efficace per le telecamere, ma che rischia di scricchiolare di fronte al rigore degli atti giudiziari.

La Procura non sembra disposta ad accontentarsi delle ricostruzioni a mezzo stampa o del ruolo di vittima precostituita. I vuoti nelle chat rappresentano un interrogativo tecnico e documentale al quale Ranucci dovrà dare risposte chiare. Gli inquirenti intendono rappresentargli punto per punto quelle discontinuità, pretendendo di sapere i contenuti rimossi e la sua interpretazione sui motivi di questa scelta.

Sarà questo il prossimo, decisivo snodo dell’inchiesta. Il passaggio in cui il giornalista si troverà dall’altra parte del tavolo, chiamato a spiegare le zone d’ombra di un legame imbarazzante che non si può più liquidare con una semplice scrollata di spalle.

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