New York, come ogni settembre, si trasforma nel crocevia della diplomazia globale. Presidenti, primi ministri, ministri e delegazioni affollano il Palazzo di Vetro per la settimana di alto livello dell’81esima Assemblea generale. Ma dietro la liturgia dei discorsi e delle strette di mano, si staglia un paradosso sempre più evidente. L’Onu continua a convocare il mondo, mentre il mondo smette di considerarla decisiva. Le tensioni geopolitiche aumentano, le crisi si sovrappongono, le divisioni si approfondiscono. E l’istituzione nata per governare il disordine internazionale appare oggi come il luogo dove quel caos viene semplicemente registrato.
La cornice è quella solita degli obiettivi di sviluppo sostenibile in estremo ritardo, con progressi definiti “deboli e insufficienti”. Il 29 settembre, la chiusura con la Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari. Però la ritualità non basta più a mascherare la crisi di legittimità.
L’appello fuori tempo massimo di Guterres
Il segretario generale Antonio Guterres, al suo ultimo giro di Assemblea generale, ha provato a imprimere un messaggio di riforma e urgenza. Ha denunciato “linee di frattura che si sono trasformate in canyon”, istituzioni che riflettono “dinamiche di potere di un’epoca tramontata”, e ha invocato un Consiglio di Sicurezza finalmente rappresentativo, con almeno un seggio permanente per l’Africa. Applausi, certo. Ma la distanza tra le parole e la realtà è abissale. Il Consiglio resta ostaggio dei veti, delle rivalità tra potenze, dell’inerzia strutturale che paralizza ogni decisione.
Mentre Guterres parla di multipolarismo interconnesso, i protagonisti della scena globale gli voltano le spalle. Xi Jinping diserta l’Assemblea e vola a Washington per incontrare Trump. Putin resta a Mosca. Modi non si presenta. Zelensky e Pezeshkian arrivano, Netanyahu e Abbas si incrociano a distanza, con quest’ultimo costretto alla videoconferenza per il secondo anno consecutivo dopo il veto americano sul visto. È la fotografia di un’organizzazione che non detta più l’agenda.
Il quadro si fa ancora più cupo quando si passa ai contenuti. Il segretario generale denuncia la deriva in Cisgiordania, parla apertamente di “spettro di pulizia etnica”, implora la comunità internazionale di salvare la soluzione dei due Stati. Invita alla de-escalation in un Medio Oriente dove i conflitti “si moltiplicano a catena”. Ma le sue parole restano sospese, prive di un attore capace di trasformarle in azione.
La bocciatura di Lula
Poi arriva Lula, e il velo cade del tutto. “L’Onu sta fallendo nella sua missione più importante: liberare l’umanità dal flagello della guerra. La sua credibilità non è mai stata così bassa”. Un atto d’accusa frontale, che fotografa l’impotenza del Consiglio di Sicurezza e l’ostaggio collettivo della sua inattività.
Lo show di Trump
E infine, come sempre, irrompe Donald Trump. Il presidente americano trasforma il palco dell’Onu in un monologo autocelebrativo. “Mentre altri hanno parlato, io ho agito. Mentre altri hanno parlato di pace, io l’ho realizzata”, afferma il tycoon. Rivendica forza, potenza, decisionismo. Annuncia un possibile accordo con l’Iran “dopo le elezioni di midterm”, salvo poi evocare l’alternativa di “annientarlo e trascinarlo all’inferno”. Parole che non solo scavalcano le Nazioni Unite, ma ne negano la funzione stessa. Per Trump, il Palazzo di Vetro è un luogo dove si parla mentre lui agisce altrove.
La replica iraniana
La risposta dei Pasdaran è immediata e brutale. “Gli americani, fanno sapere, hanno cercato di contattarci ma rifiutiamo simili contatti. I nostri affari con il nemico vengono gestiti solo con le armi”. È il simbolo perfetto della crisi. La diplomazia multilaterale ridotta a spettatrice di un duello tra potenze che non riconoscono più alcuna autorità internazionale.
L’Onu appare come un’istituzione che ospita il mondo ma non lo governa. Un luogo dove si denunciano le fratture, ma non si ricompongono. Dove si invocano riforme che non arrivano. Dove il multilateralismo celebra se stesso mentre scivola verso l’irrilevanza.