Vladimir Putin ha compiuto 74 anni. E, come accade ormai da almeno un decennio, il compleanno del presidente russo è stato accompagnato da un rituale parallelo, quello delle diagnosi, delle indiscrezioni mediche e delle profezie sulla sua imminente uscita di scena. L’anatomia del leader del Cremlino è probabilmente una delle più studiate del pianeta. Negli anni è stata materia per esperti televisivi, servizi d’intelligence, accademici e sedicenti analisti da social network. Ha avuto quasi ogni malattia immaginabile. Di volta in volta gli sono stati attribuiti tumori, Parkinson, diabete, patologie degenerative, interventi chirurgici segreti e aspettative di vita misurate in settimane o mesi. C’è stato persino chi ha trasformato la sua camminata asimmetrica in un caso scientifico internazionale, salvo poi concludere che non si trattava di una sindrome neurologica, ma della cosiddetta postura del “pistolero”, presunto retaggio dell’addestramento ricevuto nei servizi sovietici.
La fantasia e la realtà
Eppure, anno dopo anno, il protagonista di queste ricorrenti cronache cliniche continua a presentarsi davanti alle telecamere, a presiedere riunioni, a ricevere delegazioni straniere e a guidare la Russia. Il paradosso è che mentre le congetture sulla sua salute si accumulano come capitoli di un romanzo infinito, la realtà continua a scorrere in un’altra direzione.
Pioggia di missili sull’Ucraina
Anche il suo giorno di festa è stato scandito dai bollettini del conflitto. A Pryluky, nella regione ucraina di Chernihiv, un attacco russo ha provocato delle vittime. Missili balistici e droni hanno colpito diverse aree del Paese, da Kiev a Dnipro, da Zaporizhzhia a Kremenchuk. L’ennesimo promemoria di come la guerra continui a consumare vite umane con un’intensità che in Europa molti sembrano aver finito per considerare normale.
L’Ue continua a foraggiare Zelensky
Sul fronte occidentale, intanto, la risposta si fa sempre più strutturale. La Commissione europea ha sbloccato oltre un miliardo di euro destinato all’industria della difesa ucraina, finanziando droni, sistemi di intercettazione e munizioni prodotti direttamente nel Paese invaso. È soltanto una parte di un pacchetto più ampio che prevede decine di miliardi per sostenere lo sforzo bellico di Kiev nei prossimi anni.
Parallelamente Bruxelles si prepara a varare una nuova imponente tornata di sanzioni contro il complesso militare-industriale russo, mentre negli ambienti comunitari cresce la preoccupazione per le cosiddette “operazioni ibride” di Mosca. Secondo indiscrezioni circolate negli ultimi giorni, diplomatici europei discutono ormai apertamente lo scenario in cui sabotaggi, attacchi informatici o azioni clandestine possano provocare vittime sul territorio dell’Unione o di Paesi Nato. L’Europa sembra ragionare in termini di confronto strategico permanente. Il linguaggio del riarmo, della resilienza e della deterrenza è diventato centrale nel lessico politico continentale.
I falchi della Nato in azione
In questa ottica rientra anche la visita a Kiev del Comitato militare della Nato guidato dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. Le sue parole, improntate a un sostegno definito “incrollabile”, fotografano la posizione di quella componente dell’Alleanza che considera la pressione sulla Russia non soltanto una necessità contingente, ma una direttrice destinata a durare nel tempo. È la linea più determinata e oltranzista dell’Occidente, convinta che qualsiasi segnale di cedimento verrebbe interpretato da Putin come una vittoria strategica. Ogni nuova misura di una parte alimenta le paure e le contromisure dell’altra.
Erdogan disposto a mediare tra le parti
Tuttavia, nel mezzo di questo scenario sempre più cupo, non mancano segnali che indicano una strada diversa. A ricordarlo è stato Recep Tayyip Erdogan, che ha avuto un colloquio telefonico con il presidente russo. Il leader turco ha ribadito la disponibilità di Ankara a favorire “contatti diretti” tra Mosca e Kiev, insistendo sulla necessità di mantenere aperti i canali del dialogo. Una convinzione minoritaria. Ma forse l’unica capace di impedire che una guerra già lunga diventi permanente.